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"Un mondo sotterraneo" - racconto di Jayan Walter

   

Joseph Benson era forse uno degli uomini più ricchi del mondo. Aveva costruito il suo impero iniziando con l’umile lavoro di muratore, studiando nei ritagli di tempo e spesso di notte per ottenere la laurea in ingegneria, il sogno nel cassetto, la più grande delle sue aspirazioni, dato che proveniva da una famiglia di poveri e illetterati emigrati inglesi del Galles, giunti in America a rincorrere il sogno che molti a quel tempo inseguivano: successo e fortuna in quel Nuovo Continente che dava a tutti ampie possibilità di realizzazione, bastava soltanto essere creativi e dedicarsi completamente al lavoro. E i genitori conoscevano soltanto come dedicarsi al lavoro, e lo facevano con totale abnegazione, lavorando non meno di dodici ore al giorno per sei giorni a settimana, ma non avevano un briciolo di quella creatività che era necessario ingrediente per raggiungere il successo, né potevano dire che la fortuna era dalla loro parte. Così avevano condotto una vita “normale”, di operai in una grande fabbrica di lamiere metalliche, dove il ritmo dei loro gesti andava seguendo quello dei macchinari che essi gestivano in piena sincronia ed efficienza. Lui, il loro figlio prediletto, aveva invece scelto di fare il muratore, un po’ perché temeva di diventare parte di un macchinario, come erano diventati i suoi genitori, un po’ perché amava lavorare all’aria aperta, e gli piaceva costruire, immaginava di diventare un giorno un ingegnere e di innalzare enormi palazzi, con tanti piani, che sarebbero arrivati fin quasi a toccare il cielo, per manifestare il suo desiderio di potenza e il suo ardimento nel lanciarsi in imprese che sfidassero ogni limite fino ad allora precostituito. E fu così che, appena laureato, trovò un impiego in una società di costruzioni, all’inizio doveva soltanto collaborare nella realizzazione dei progetti degli ingegneri capo, lavorando in cantiere e controllando che si eseguisse ciò che era previsto nei disegni. Ma ben presto si fece notare per le sue idee creative e innovative; fu così che inventò un nuovo sistema di costruzioni edili, basato su una struttura flessibile e allo stesso tempo robusta, una struttura in metallo su cui si formava il corpo del palazzo, o meglio del grattacielo. E fu lui che iniziò a costruire, questa volta in proprio, i primi grattacieli di New York, da cui iniziò anche il suo impero economico: la “Benson & Son Corporation”, che gli fece guadagnare miliardi in pochi anni, finché, a soli quarant’anni, poté ritirarsi dall’attività e condurre una vita da nababbo nella sua lussuosa residenza nei pressi di Liberty, nello stato di New York.

Il sole scendeva dolcemente dietro le colline colorate di alberi rossi e arancioni, riflettendosi in un gioco multicolore nelle tranquille acque del lago che sottostava la sua reggia in legno con ampio terrazzo e grandi vetrate che permettevano di assistere a quegli spettacoli della natura anche quando faceva freddo, nel silenzio dell’inverno che ormai era alle porte. Quella era la famosa estate indiana, che cadeva d’autunno, durante la quale la temperatura risaliva quel tanto da permettere agli americani di farsi delle belle scampagnate e picnic a contatto con la natura, che lì era così generosa e splendente di colori. Le enormi foreste di aceri che coprivano di un manto infuocato le dolci colline costellate di laghi cantavano al cuore le magnifiche bellezze del creato, e lui, Joseph Benson, insieme alla deliziosa moglie Betty e il figlio John, futuro erede del suo impero, erano i fortunati spettatori e possessori di quelle meraviglie. Tutto ciò che si poteva vedere intorno a loro, fin lontano, oltre l’orizzonte delle colline,  era tutto di loro proprietà. Oltre a quella grandiosa villa, dotata di ogni comfort moderno, inclusa l’aria condizionata per le calde e afose giornate d’estate, avevano una schiera di servitori e giardinieri, di cameriere e maggiordomi, di cuochi e inservienti, di medici e contabili, tutti pronti e attenti a soddisfare ogni loro necessità e bisogno, a rendere la loro vita priva di qualsiasi sofferenza o fatica. Avevano anche una vita sociale, sempre insieme ad altre famiglie benestanti del vicinato, con cui trascorrevano lunghe giornate a giocare a carte, al biliardo, e tutti quei giochi di società, inventati per allietare e tenere impegnati coloro che non hanno nulla da fare, nessun lavoro da svolgere, nessuna attività, di alcun tipo.

John studiava al College vicino, sempre insieme a ragazzi scelti dell’alta società, quella élite di newyorkesi trasferitasi in campagna, tra laghi e foreste, per vivere a contatto con la natura e lontano da quella giungla invivibile di cemento che stava diventato la grande città. Era intelligente e sveglio, aveva appreso rapidamente tutte le materie che andavano studiate per passare gli esami dell’Università, dove si laureò in pochi anni, in ingegneria come il padre, anche se non se ne sarebbe mai servito, se non per appendere quella bella pergamena con scritte in oro sulla parete del suo studio, sopra la scrivania, come a dire, a chi entrava: “Guardate, anch’io sono ingegnere, come mio padre, dei Benson, quelli che hanno “inventato” i grattacieli!” Non aveva mai lavorato in vita sua, essendo ricco sin dalla nascita e non dovendo far altro che divertirsi e giocare con il patrimonio di famiglia. Quella vita d’ozio e divertimento continuo gli piaceva tanto, almeno all’inizio. Trovò facilmente una bella ragazza (ce n’erano moltissime che gli facevano la corte, non si sa se a lui o alla sua ricchezza) con cui si fidanzò e apprese l’arte dell’amore. Tutto ciò che desiderava diventava suo in un batter d’occhi, bastava chiedere al padre e, il tempo di andarlo a comprare, quell’oggetto del suo capriccio gli sarebbe subito appartenuto. Era come un “bambinone” viziato che poteva realizzare ogni desiderio senza dover fare alcuna fatica per ottenerlo. Era felice di tutto quel benessere, anche se non ne era pienamente consapevole: essendo stato sempre ricco e in buona salute, non conosceva cosa fosse la povertà né la malattia, per cui non possedeva alcun metro di paragone con cui misurare e comprendere la vastità delle sue ricchezze e benessere.

Fu così che, dopo un certo tempo, cominciò ad annoiarsi… E la noia crebbe e lo portò in uno stato di profonda depressione… Sempre gli stessi giochi, di carte, al biliardo o altro,… sempre le stesse passeggiate nei boschi, le gite in barca sul lago,… sempre gli stessi regali, non solo a Natale o per il suo compleanno, ma in qualsiasi giorno dell’anno,… sempre la stessa ragazza, con cui faceva l’amore da tempo, già da prima di sposarsi,… sempre le stesse albe e gli stessi tramonti, gli stessi spettacoli del rosso fulgente d’autunno, del verde brillante delle foglie d’estate, della coltre bianca di neve durante l’inverno e dei fiori variopinti della primavera… Aveva anche viaggiato per tutto il mondo, alla ricerca di luoghi “insoliti e strani”, di avventure e nuove sensazioni,… ma anche quelli, col tempo, si erano rivelati uguali e monotoni, anche il luogo più esotico e diverso, visitandolo più volte, era divenuto un posto ben conosciuto e “normale”… Davvero non ne poteva più… Il mondo era diventato grigio per lui, come una cappa stesa a chiudergli la vita, una cappa di una monotonia unica ed eternamente uguale, come una ruota che gira in continuazione rivelando sempre le stesse maschere vuote e assenti…

Ancora una volta se ne stava seduto sugli scalini di legno del terrazzo ad ammirare l’acqua del lago con le immagini distorte degli alberi, che ora gli apparivano come fantasmi che si aggiravano nella nebbia mattutina tra le acque e il cielo, e che in passato gli erano sembrati folletti a giocare con l’acqua e le fronde degli alberi, a osservare in silenzio quel fruscio delle acque placide interrotto qua e là da foglie che cadevano o da insetti che saltavano leggeri su quel velo screziato del rosso d’autunno. E quell’autunno che in passato era stato per lui foriero di gioia al dolce percepire di quel calore che riportava la vita prima di addormentarsi nel silente inverno, quell’autunno era ora segno di decadenza e di vecchiaia, il momento in cui gli alberi perdevano le foglie e morivano nel grigiore dell’inverno, quel grigiore che mai l’aveva lasciato, neanche al risveglio della primavera e al trionfo dell’estate…

Anche l’amore per Betty sentiva che si stava sgretolando, spesso litigavano per niente, erano entrambi stufi di essere sempre insieme, di non aver nulla da fare. Tutta quella ricchezza cominciava ad essere per lui soltanto un gran peso, tutto quel benessere e quella natura meravigliosa stava divenendo la sua prigione. Non riusciva a comprendere quanto fosse grande la sua fortuna, perché mai aveva provato l’opposto di essa; la povertà, la miseria, la sofferenza erano nomi senza significato per lui…

All’improvviso si sentì arrivare un'auto sconosciuta con due persone mai viste a bordo, completamente estranee al cerchio dei loro amici e parenti. Giunti nel cortile davanti casa, scesero dall’auto e rivelarono la loro divisa e il tesserino di poliziotti, con tanto di “pistoloni” alla cinghia, ben in evidenza, con la sicura tolta e le mani vicine, pronte a impugnarli.

“Sono lo sceriffo della contea, ho l’incarico di arrestare vostro figlio” disse uno dei due, quello più anziano, con una bella stella d’argento sul giubbotto. Mentre parlava si sentirono giungere altre quattro auto, da cui scesero otto poliziotti, con le armi in mano, che circondarono la casa.

“Ma che dite, sceriffo! Mio figlio? E di che cosa sarebbe accusato?” disse il padre, Joseph Benson.

“Di assassinio, stupro, sevizie di minorenni, furto, rapina a mano armata. Ha ucciso sette prostitute dopo averle violentate e torturate. C’è un video ripreso nel supermercato dove ha compiuto una rapina, armato di mitra. Le altre prostitute avevano visto vostro figlio e lo hanno riconosciuto nel video.

Ecco una sua foto, tratta da questo video.

Lo riconosce? E’ suo figlio?

E questo è il mandato d’arresto” disse lo sceriffo Jensen porgendogli entrambi i documenti.

“Mio Dio! Ma quello è proprio John, il mio caro John!

Come può aver fatto tutto ciò?

No, mio figlio non può essere un assassino e uno stupratore!

Ci deve essere stato un equivoco,… un suo sosia, qualcuno che gli assomigli maledettamente!” rispose Joseph, profondamente addolorato e sorpreso”.

Nel frattempo giungeva la madre di John e, nel sentire la triste storia su suo figlio, scoppiò a piangere.

“No, non lo portate in carcere! E’ sempre stato qui, in famiglia, non è mai andato in giro a fare tutte quelle orribili cose di cui è accusato!

No, non può essere stato lui! L’avete scambiato per un altro!” disse lei disperata.

John era rimasto impietrito sulle scale del terrazzo. Avendo sentito tutte le accuse che gli venivano rivolte e sapendo bene che non aveva commesso nulla di tutto ciò, fu tremendamente impaurito all’idea di andare in prigione per qualcosa che non conosceva neanche bene cosa fosse. Lo “stupro”?! Forse aveva sentito questa parola nei notiziari alla TV, ma nessuno gliene aveva mai spiegato il significato. Assassinio?! Ma se lui stava sempre attento affinché nessuna formica fosse inavvertitamente calpestata dai suoi piedi! E non era mai andato a caccia con il padre perché detestava uccidere quei poveri animali!

“Non ti preoccupare, cara, non giungerà la notte che nostro figlio sarà scarcerato. Conosco i migliori avvocati d’America, e anche il governatore dello Stato di New York!

E tu, John, vieni qui, non temere! Tuo padre ti farà uscire molto presto, prima di quanto pensi” disse Joseph, cercando di rassicurare la moglie e il figlio.

John andò dal padre piangendo, anche se aveva ormai ventiquattro anni, dentro era rimasto un bambino, e ciò che più lo faceva soffrire non era l’idea di andare in prigione ma di doversi separare dai suoi genitori.

Fu subito ammanettato e messo in auto, che partì a sirene spiegate insieme alle altre autovetture dipinte con i colori della polizia. Quel drappello di poliziotti portava con sé il loro figlio, la cosa più cara al mondo per loro.

Subito Joseph entrò in casa e si attaccò al telefono per chiamare tutti gli amici avvocati, il Governatore e gli uomini potenti che conosceva. Tutti risposero che avrebbero fatto tutto il possibile per far scarcerare al più presto suo figlio. Joseph disse che avrebbe pagato qualsiasi cauzione per farlo liberare immediatamente, in attesa del processo.

Ma non fu accettata nessuna cauzione e John fu processato per direttissima e condannato alla sedia elettrica, poiché l’opinione pubblica voleva che quelle “bestie” di assassini e stupratori fossero rapidamente giustiziati: non c’era nessuna pietà per esseri così malvagi e depravati, infamia del genere umano.

“Onorevole Governatore, non potete far nulla per graziare mio figlio, per impedire che sia ucciso un innocente, la cui unica colpa è quella di esser diventato vittima di un grosso, maledetto equivoco?” chiese Joseph, ansioso e angustiato per la sorte di John. Era riuscito ad avere un’udienza con il Governatore proprio grazie alle sue amicizie politiche e al suo potere economico.

“Mi dispiace, signor Joseph, ma davvero non posso far nulla. Abbiamo svolto numerose indagini per cercare di scoprire quello che lei afferma sia un sosia di suo figlio e che dovrebbe essere il vero colpevole, ma non abbiamo trovato niente: in tutta l’America, almeno tra le persone presenti nei nostri archivi, non esiste nessun sosia di suo figlio! Inoltre, e non credo sia un caso, tutte le volte in cui sono avvenuti gli omicidi e gli stupri, suo figlio era sempre da solo in casa, con nessun testimone che potesse confermare la sua presenza, in quanto sia la moglie di suo figlio che lei e sua moglie eravate in viaggio per affari, e quelli erano sempre i giorni di libertà per la servitù, sempre di giovedì…

Forse, però, se lei è d’accordo, potremmo evitare che suo figlio sia giustiziato. Il professor David Walters ha sviluppato un programma speciale di recupero per stupratori, assassini e persone che hanno commesso grossi crimini contro la società e che andrebbero giustiziati a morte. E’ ancora un programma in fase sperimentale, suo figlio sarà portato nella “città sotterranea” e lì dovrà vivere per almeno dieci anni, il tempo minimo necessario perché dimentichi tutto il suo passato e la sua psiche sia completamente rigenerata e purificata da ogni idea e pensiero malvagio e criminale. Se mi firma questo documento, la sua condanna a morte sarà tramutata in dieci anni di questo programma sperimentale di recupero” disse il Governatore.

“Certo che firmo! E vedrà che presto scopriranno il vero assassino e stupratore. Almeno mio figlio potrà continuare a vivere” disse contento il povero Joseph.

Fecero si che John potesse incontrare i genitori per l’ultima volta prima di entrare in quel carcere sotterraneo, ma non gli fecero vedere sua moglie, ritenevano che non fosse giusto che incontrasse una ragazza, dopo che ne aveva violentate e uccise tante.

Poi fu portato nel cuore di Manhattan, all’Empire State Building, gli avevano bendato gli occhi prima di entrare in auto, non doveva conoscere il luogo preciso di accesso alla città sotterranea. Nell’atrio di quel grattacielo, che fino a poco fa deteneva il primato di costruzione più alta del mondo, c’era una piccola stanza alla sinistra dell’entrata, di lato alle porte degli ascensori. In quella stanza, alla cui porta era scritto: “Riservato – Vietato entrare”, ed a cui si poteva accedere soltanto con una speciale chiave, c’erano tre guardie armate che controllavano personalmente chi entrava, il tesserino di riconoscimento e la foto, che era presente negli archivi informatici; veniva effettuato anche un controllo della voce al computer per maggiore sicurezza.

“Bene, potete entrare, sceriffo Jensen!” disse la guardia.

Entrarono in un’altra camera, dove c’erano diverse guardie accanto ai tre ascensori, una di queste li accompagnò fin dentro le viscere della terra, dieci piani più sotto, in un’enorme caverna, dove erano rinchiusi tutti i prigionieri che dovevano scontare quella condanna speciale e che sarebbero dovuti un giorno tornare a essere “normali”, non più un pericolo per la società civile.

John fu condotto nel “laboratorio”, dove gli tolsero la benda e lo spogliarono nudo, gli fecero fare una doccia d’acqua gelida e poi lo condussero dal gruppo di medici specialisti e psichiatri che avrebbero coadiuvato la trasformazione della sua personalità con l’ausilio di droghe speciali e di induzioni ipnotiche. Le droghe dovevano completamente cancellare dalla memoria il suo passato, facendo “tabula rasa” della sua psiche, come un neonato, dove i genitori erano, in un certo senso, gli stessi dottori a cui era affidata la sua sorte. Le induzioni ipnotiche sarebbero servite per insegnargli il “giusto comportamento”, doveva divenire un uomo docile e servizievole, completamente e visceralmente “buono”, che non avrebbe mai potuto fare del male neanche con il solo pensiero.

La vita nella città sotterranea, lontano dagli altri esseri umani e dal mondo civilizzato, lontano da ogni desiderio o tentazione a compiere del male, doveva servire a plasmare un nuovo mondo nella sua mente e personalità, un mondo che veniva manipolato dagli stessi medici, di cui lui diveniva totalmente succube, ubbidiente a ogni loro volontà. Proprio come si usa mettere i malati di mente per lunghi periodi in camere buie e li si fa dormire per ore e ore somministrandogli alte dosi di calmanti e sonniferi, così si tentava di fare, su larga scala, con i detenuti di quel carcere speciale.

A John somministrarono prima alte dosi di sonnifero, a intervalli regolari, che lo fecero dormire per una settimana intera, poi quelle droghe speciali che gli fecero dimenticare completamente il suo passato, e infine altre droghe che dovevano “umanizzarlo” e renderlo completamente “docile e mansueto”, proprio “come una pecora”. Una volta finita la fase farmacologica, lo misero nella sua cella: una stanza quattro metri per quattro, con un letto, un guardaroba, una scrivania, una sedia, una poltrona e una libreria colma di libri scelti appositamente per il loro contenuto privo completamente di qualsiasi riferimento, neanche indiretto, alla violenza: erano tutti libri a lieto fine, storie d’amore e di altruismo. La camera era pulita e aveva il suo bagno con doccia e acqua calda. A tutti i detenuti venivano serviti tre pasti al giorno, erano abbondanti e gustosi, ma strettamente vegetariani: avevano fatto delle ricerche scientifiche in cui era stato dimostrato che la carne aumenta la collera e l’istinto alla violenza. In ogni camera c’era un lungo e stretto cunicolo che faceva entrare un po’ di luce e l’aria per sopravvivere (c’era un grosso aspiratore che la pompava dentro). Nella mensa c’era sul soffitto un grande lucernario da cui si vedevano le ombre delle persone che camminavano, 60 metri più in alto, il sole che transitava su quello spazio limitato, che era l’unico loro “contatto” con il mondo esterno e con la civiltà, e che loro osservavano stupiti come se quelle ombre e quella luce fossero esseri misteriosi o fenomeni occulti. Il vetro del lucernario era stato scurito per impedire che potessero vedere nei dettagli la realtà che li sovrastava, ma ne potessero scorgere soltanto le ombre e i riflessi, in modo da non tagliare completamente ogni legame con il mondo esterno in cui, un giorno, sarebbero dovuti tornare. 

In tutta la caverna le luci erano sempre fioche, poiché gli scienziati credevano che luci forti e abbaglianti li potessero scioccare e risvegliare in loro la tendenza alla malvagità. La notte, poi, c’era il buio quasi totale: soltanto delle piccole luci verdi. Non c’erano guardie tra di loro, esse soggiornavano in una grande area a forma di cordone intorno alla caverna centrale e alle singole camere. Le pareti di quest’area erano di un vetro speciale che permetteva loro di vedere dentro ma non ai detenuti di guardare fuori. Era importante che i detenuti non vedessero guardie e armi per non destare in loro ricordi legati a tali persone e oggetti. Altre guardie controllavano le uscite dei cunicoli e del grande lucernario, anche se era quasi impossibile uscire da lì, essendo le pareti ripide e completamente perpendicolari, ed il loro accesso era a trenta metri di altezza.

Erano gli stessi detenuti a prepararsi i pasti, a fare le pulizie e tutto ciò che occorreva alla loro sussistenza. Il cibo e tutto il materiale lo trovavano in grandi camere adibite a dispense, che venivano rifornite mentre loro dormivano. Gli unici a entrare erano i medici e gli infermieri, che però portavano addosso pistole nascoste sotto il camice, in caso di aggressione, e poi entravano sempre di notte, mentre loro dormivano sotto l’effetto di sonniferi. Il loro compito era di “imbottirli” di farmaci “per trasformare il loro sangue da acido e cattivo a dolce e buono”.

“Benvenuto, nuovo arrivato! Mi chiamo George” disse a John un detenuto con una lunga barba grigia. Sembrava il capo, o almeno il più vecchio degli abitanti di quella strana città.

“Chi siete? Dove sono? Non ricordo neanche il mio nome” disse John tutto stordito e ancora sotto l’effetto dei farmaci.

“Tutti quelli che arrivano dal ‘nulla’ non ricordano niente del loro passato, perché in realtà non hanno un passato, siamo tutti creati dagli ‘dei’ che sono al di là di questo mondo. Ogni tanto troviamo un nuovo essere in questa stanza, che è l’anticamera dell’altro mondo, dove vivono gli dei. Siamo noi che diamo un nome ai nuovi arrivati, o meglio sono proprio io, il più vecchio, a sceglierlo.

D’ora in poi sarai chiamato Samuel, figliolo.

Benvenuto nel nostro mondo” disse George abbracciandolo con affetto e mostrandogli un grande sorriso.

Samuel si guardò intorno e vide tanti volti sorridenti di uomini, giovani e vecchi, tutti pronti ad accogliere la sua nascita nel mondo sotterraneo.

Gli avevano preparato una cena speciale per festeggiare il lieto evento. Avevano cucinato una succulenta lasagna con contorno di verdure e, per dessert, una torta di crema e mele.

Dopo aver cenato gli avevano mostrato le loro camere, la dispensa, la camera dove trovavano i “nuovi arrivi”, il salone dove giocavano e leggevano tutti quei libri che erano in biblioteca, la sala dove lavoravano nella creazione e assemblaggio di giocattoli per bambini, anche se non sapevano cosa fosse un bambino, trovavano tutto il materiale e le istruzioni per la loro realizzazione.

E lavoravano molto, assiduamente, anche per 10 ore al giorno, forse per ingannare il tempo, che non passava mai, e per rompere la noia che li attanagliava tutti, a causa di quella vita monotona e oscura, chiusi in quella caverna sotterranea che per loro era l’unica “vera” realtà, un mondo piccolo e angusto, anche se loro non ne erano consapevoli, non essendo coscienti di altre realtà oltre quella in cui vivevano. Non avendo conoscenza di qualcosa che fosse diverso da quel mondo, non avevano aspirazioni, sogni o mete da raggiungere, si abbandonavano allo scorrere degli eventi, che, come vagoni grigi di un treno ben delimitato, scorrevano continuamente sul palcoscenico della loro vita, ripetendo sempre le stesse fermate, girando continuamente sullo stesso percorso ben conosciuto. E forse proprio l’arrivo di una persona nuova li riempiva di gioia, scoprire quel nuovo essere che entrava a far parte della loro comunità, conoscerne il carattere, rivelarne i lineamenti, osservare le sue reazioni al contatto di quella realtà, i suoi commenti, le sue perplessità… E’ vero, quella era l’unica novità, l’unica luce a rompere quel mondo grigio di lugubre monotonia.

“Io non riesco a ricordare il mio passato, c’è come un muro impenetrabile, una cortina di fitta nebbia che mi impedisce di vedere indietro nel tempo,… anche se ho la sensazione di aver vissuto in un luogo molto bello e pieno di luce, completamente diverso da questo, ma non riesco a definire codesta rimembranza flebile e lontana” disse Samuel.

“Anche alcuni di noi, appena arrivati, avevamo questi strani ‘ricordi’, ma poi sono del tutto spariti. Io credo che siano soltanto fantasie e che non ci si debba badare tanto. La mente gioca brutti scherzi. L’unica vera realtà è questa, che possiamo toccare con mano, e non ne esiste altra” disse George.

“E come le spieghi quelle ombre che vengono dal lucernario? E la luce che viene dall’altro mondo? E gli oggetti che si spostano veloci, simili alle figure degli uccelli che sono nei libri? Io credo che esista un’altra realtà. Spesso, nel sogno, vedo cascate d’acqua, alberi, distese di prati, il mare, il sole, tanta luce,… tutto ciò che viene descritto nei libri…” intervenne Ron.

“Ciò che è scritto nei libri è solo fantasia, sono favole dove si racconta di mondi che non esistono se non nella mente degli scrittori! Samuel, non crederai a Ron, che vive nelle fantasticherie e non possiede il senso della realtà?” disse George esagitato.

“Fatemele vedere queste ombre provenienti dal lucernario!” disse Samuel.

“Più tardi, verso il tramonto, quando la luce del lucernario sta per spegnersi, prima che si accendano le luci della caverna” disse George.

Quando arrivò il momento giusto, tutti gli abitanti della caverna andarono nella mensa, la grande sala del lucernario, e si appostarono sulla parete opposta a quella dove presto sarebbero apparse le ombre misteriose. Appena le vide, quelle ombre di esseri umani, grandi e piccoli che camminavano lassù, nei pressi del lucernario, Samuel fu sopraffatto da una sensazione di nostalgia. Quando poi vide quei raggi di luce intensa che rischiaravano le pareti della caverna, e poi quegli oggetti misteriosi che si spostavano velocemente nella parte alta del lucernario, e tutti quei segni di una vita che si svolgeva al di fuori del loro mondo ed a cui non potevano partecipare, sentì come una presa che gli straziava il cuore, iniziò a ricordare…

…Una ragazza bionda che lo baciava, il lago che rifletteva i colori dell’autunno, gli alberi dalle foglie verdi, gialle e rosse, la grande casa, i genitori, l’amore, la gioia di vivere, la luce, il cielo azzurro, il sole dorato, l’aria profumata, il mondo che si estendeva all’infinito, senza mura né caverne oscure, senza legami né confini…

“Sentite. Io in quel mondo sopra il lucernario ci sono già stato. E’ un mondo molto più bello di questo. Lì c’è la libertà di muoversi, di fare ciò che si vuole, di vivere una vita senza limitazioni. Lì c’è una gioia vera e totale. Qui mi sembra di essere in una prigione. Credo che dobbiamo fare un piano per evadere. Non so chi ci ha portato in questo luogo e perché ci tengano prigionieri, ma dobbiamo cercare di uscire da questo posto infernale” disse Samuel, ormai con il chiaro ricordo del suo passato.

“Ma sei pazzo? Non c’è niente fuori di qui. La vita è questa e dobbiamo accontentarci di ciò che abbiamo.

Compagni, non lo ascoltate questo folle! Si deve essere bevuto il cervello, ci porterebbe soltanto alla morte e alla rovina. Vi ripeto, non c’è niente nell’al di là” affermò George, furioso per le parole senza senso proferite da Samuel.

Nel frattempo i guardiani avevano ascoltato ciò che diceva Samuel, e i medici lo fecero prendere, di notte, lo addormentarono con un potente sonnifero, e gli diedero un’altra razione di droghe potenti per far scomparire dalla sua mente quei ricordi che potevano essere pericolosi per il “recupero” della sua persona ed avrebbero potuto dar luogo a idee dannose per il benessere della comunità sotterranea.  

Il giorno seguente Samuel era docile come una pecora e non ricordava neanche di aver detto simili cose il giorno precedente.

George, soddisfatto, continuò il suo lavoro, come tutti gli altri membri della comunità.

I giorni passarono, sempre uguali, finché non giunse il momento della festa di inizio d’anno. In quell’occasione trovavano nella dispensa ogni ben di Dio: torte, cioccolata, pietanze gustose e appetibili (già cucinate da qualcuno che doveva essere un abilissimo cuoco), libri nuovi, regali… Tutti furono contenti e festeggiarono quel lieto evento.

Nel mangiare la cioccolata e tutti quei cibi deliziosi, Samuel ricordò nuovamente i tempi passati, le lunghe tavole imbandite, le grandi feste, i balli, i tanti amici che gli volevano bene, l’amore dei cari,… i picnic all’aperto sull’erba fresca e morbida,… le notti trascorse ad ammirar le stelle,… il chiarore della luna, la sua donna amata,… la libertà… No, quei ricordi non potevano essere soltanto fantasie, giochi illusori della mente. Ci doveva essere un’altra realtà, più bella ed appagante, più viva e luminosa, che a lui in quel momento veniva negata. E doveva scoprirla. In lui ardeva il desiderio di conoscere questo “mondo dell’al di là”.

Giorni dopo, in un momento di pausa, si avvicinò a Ron e gli disse, a bassa voce per non farsi sentire: “Lo sai, ci credo ai tuoi sogni. Anch’io ho continui ricordi di un mondo molto più bello di questo. Credo che sia proprio lassù, al di là del lucernario. Pensi che ci sia la possibilità di uscire da questa prigione?”

“Finalmente qualcuno che mi crede! Tutti pensano che sia pazzo, ma non lo sono. Anch’io voglio uscire di qui. Il momento migliore è di notte. Credo però che sia meglio non mangiare la cena che ci danno, ci deve essere qualcosa che ci fa dormire,… e poi, penso che ci osservino continuamente, come se al di là di queste pareti ci fossero dei guardiani, dove loro riescono a vederci e noi non vediamo loro… Dobbiamo organizzare un buon piano di fuga, altrimenti faremo la fine di Jack…”

“Chi è Jack? Cosa gli è successo?”

“Anche lui voleva fuggire di qui. E una notte ha tentato di farlo. Il mattino successivo l’abbiamo trovato morto in camera sua. Un medico ha detto che ha avuto un infarto, ma io non ci credo, sono stati loro, i guardiani di fuori”

Samuel si sentiva sempre più confuso. Non riusciva a comprendere perché l’avessero portato lì, perché lo tenevano prigioniero. E poi aveva paura di fare la fine di Jack. Il suo desiderio di scoprire il mondo esterno avrebbe potuto costargli la vita, ma non aveva altre possibilità se non questa per raggiungere la libertà. Anche se non sapeva bene cosa fosse questa libertà, era qualcosa di lontano che restava impresso nel suo inconscio, ma di cui non riusciva a definirne le forme, se non in quei momenti in cui affioravano dal nulla i suoi ricordi.

Decisero che la notte seguente avrebbero tentato la fuga. Il loro piano era audace, ma era l’unico realizzabile. Speravano nella buona fortuna.

Quella sera fecero finta di mangiare, ma di nascosto gettarono il cibo nel tovagliolo e lo buttarono nella spazzatura. Poi, quando tutti ormai dormivano profondamente, si misero degli abiti neri e colorarono il volto con il carbone del camino, speravano così di non esser visti dai guardiani che, secondo Ron, li spiavano da dietro le pareti della caverna; quindi andarono nella mensa, che era immersa nel buio, in quanto tutti erano a letto nelle loro camere.

Su di una parete c’era un lungo tubo che faceva affluire l’aria alla caverna, si arrampicarono su di esso per andare fino al lucernario, a circa trenta metri di altezza. Mentre salivano, a un certo punto Ron ebbe paura, non era mai salito così in alto, gli vennero le vertigini ed era sul punto di cadere.

“Tieni duro Ron, non guardare in basso. Ricordati che fra poco saremo esseri liberi. Continua a salire e non preoccuparti” gli sussurrò Samuel. Il tubo scricchiolava al peso dei loro corpi, sembrava che da un momento all’altro avrebbe ceduto e loro si sarebbero schiantati al suolo, facendo una morte orribile. Ma il desiderio di venir fuori da quella prigione era più forte della paura di morire, per cui continuarono imperterriti…

Alla fine giunsero in prossimità del lucernario.

C’era un’enorme cupola di vetro opaco da cui traspariva soltanto il buio della notte, interrotto qua e là da luci sconosciute, alcune fisse, altre intermittenti.

Non c’era nessuna apertura, soltanto quel tubo per l’aria, che sembrava uscire oltre il lucernario, ma non sapevano come entrare nel tubo, che in quel punto si allargava e che avrebbe loro permesso di entrarvi, se solo avessero scoperto il modo di aprirlo. Poi Ron si accorse che c’era, nella parte larga del tubo, una lastra di metallo con delle viti nei quattro angoli. Per fortuna aveva con sé un piccolo coltellino che si era fabbricato per incidere sul legno del guardaroba della sua camera i giorni che passavano: voleva sapere da quanto tempo era lì. Così iniziò a svitare le viti, dopo poco spostò la lastra di metallo e la appoggiò sul bordo interno del lucernario. A stento riuscirono a entrare in quel grosso tubo e, uno alla volta, finalmente uscirono dal mondo sotterraneo per entrare nel “nuovo mondo” (in realtà furono molto fortunati perché la guardia addetta al controllo di quella uscita del tubo per l’aria aveva deciso di andare al bar a farsi una bevuta di birra, “tanto no succedeva mai niente e quella gente era così imbottita di sonniferi che dormiva tutta la notte come ghiri).

Erano liberi.

Potevano respirare l’aria fresca e frizzante della notte.

Il cielo stellato si estendeva sopra il loro capo.

Intorno a quella radura c’era un grande bosco e dagli alberi proveniva il profumo delle foglie. Si sentiva il canto degli uccelli notturni.

Erano felici all’inverosimile.

Cominciarono a correre per i prati, a ridere, a rotolarsi per terra.

La gioia che provavano era incontenibile.

Poi, come d’incanto apparvero le prime luci del sole che li inondò di calore e splendore.

Quella era la vera vita, senza legami né confini!

Poi cominciarono a venire gli abitanti di quel nuovo mondo: erano simili a loro, con le stesse forme fisiche, anche se la maggioranza erano donne che portavano i bimbi a passeggio in quel parco (Central Park) nel cuore della città.

Infine arrivò un poliziotto che, nel vedere le loro vesti di galeotti, tirò fuori un aggeggio, una pistola, e disse loro di seguirlo, altrimenti li avrebbe uccisi.

Quando giunsero in caserma, Ron fu riportato nella città sotterranea, mentre Samuel, o meglio John, fu rilasciato, libero di tornarsene a casa. Gli spiegarono che avevano trovato proprio allora il vero colpevole, un suo sosia, e si scusarono per il terribile errore.

“Non dovete scusarvi! Dopo questa permanenza nella città sotterranea ora posso comprendere meglio la bellezza della vita. La gioia che ho provato nel ritornare ad essere libero mi ha ripagato di tutta la sofferenza patita lì sotto” disse John e si avviò verso casa.

Il sole splendeva alto nel cielo.

Quel giorno segnava una nuova vita per John: ora aveva finalmente compreso cosa significa essere libero.

 

 

 

  

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