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"Il cobra e la mangusta" - racconto di Jayan Walter

   

C’era una volta… - o meglio: “Ci sarà una volta...”, in questa favola del futuro, diciamo, forse, fra circa cinquecento anni, nel 2499 - ...

Due ragazzini, Giacomo e Cristina, vivevano in Italia, a Napoli, in un periodo critico della storia dell’umanità: quello della decadenza, dopo quasi cinque secoli di pace e di benessere su tutta la terra, dopo la cosiddetta “Età dell’Illuminazione”, in cui erano fiorite le arti e le scienze e, principalmente, l’uomo aveva scoperto la sua vera natura: l’Infinito. Tanti erano stati coloro che avevano raggiunto l’unione con Dio, con l’Amore e l’Energia Divina che alberga nel cuore dell’uomo; tanti erano stati coloro che avevano scoperto il vero volto dell’esistenza e si erano liberati dalle catene della sofferenza e della reincarnazione; tanti erano stati coloro che avevano raggiunto lo stato di Realizzazione o Illuminazione, da cui il nome di quest’Era. Ma alcuni erano rimasti, anche se pochi, nell’ignoranza, e quest’ignoranza si era dilagata rapidamente nei cuori delle genti della terra, al punto da trasformare i buoni in cattivi, e accendere di nuovo odi e rancori, che poi erano divenuti litigi, e quindi guerre e distruzioni. Presto avevano dimenticato i bei tempi del passato, presto erano tornati i conflitti che affliggono il genere umano. Erano tornate la cupidigia, l’invidia, la lussuria, la gelosia, l’odio, gli attaccamenti e i desideri, la sofferenza e le malattie…

Giacomo e Cristina avevano avuto la fortuna di nascere in una famiglia benestante, dove non mancava mai niente, nemmeno nei periodi più difficili della guerra, che durava ormai da quasi cinque anni. La loro ricchezza era così grande che potevano realizzare ogni desiderio e, in particolare, quel che più li allettava: viaggiare da una parte all’altra del mondo e dello spazio interplanetario, dato che il padre era proprietario di una delle più grandi compagnie di navigazione aerospaziale del globo, poiché allora - cioè nel futuro - tutti viaggiavano con aerei velocissimi che andavano nello spazio e giungevano in qualsiasi luogo della terra nel tempo di alcuni minuti, non di più.

Purtroppo, quando festeggiarono insieme, essendo gemelli, il nono anno d’età, gli morì il padre in guerra, essendo stato richiamato per pilotare gli spacejet in una battaglia molto difficile e importante per il destino del grande conflitto globale.

Erano entrambi profondamente afflitti e addolorati, se ne salirono in camera, sotto la sfera di vetro che gli permetteva di vedere la volta celeste, e si gettarono sul letto a piangere a dirotto.

Alcuni giorni dopo la madre li portò al mercato delle pulci, per cercare di distrarli con la vista di tutte quelle cianfrusaglie e oggetti antichi, ricordo dei tempi andati. In un angolo del mercato c’era un signore vestito di drappi colorati non più alla moda, con in testa un turbante verde, che gestiva una gabbia con dentro un cobra e una mangusta, ancora separati da una griglia di metallo, pronti per iniziare il combattimento, e quindi lo spettacolo per grandi e piccini. Il cobra rimaneva quasi sempre immobile, con la testa alzata, completamente concentrato sulle mosse dell’avversario, pronto a lanciare il colpo mortale e inferire contro di lei il terribile veleno che avrebbe cessato la sua misera vita. Era come un re, regale e cosciente del suo grande potere venefico. Era un cobra bianco, uno dei più grandi serpenti velenosi della terra: simbolo della forza maschile, immobile ed estremamente potente allo stesso tempo. La mangusta, dal pelo rossastro, era invece l’immagine dell’attività e del dinamismo femminile: sempre in movimento per confondere il cobra e schivarne i rapidi e precisi attacchi. Solo dopo aver danzato velocemente intorno al cobra, in un momento in cui egli si fosse distratto, seppure per un attimo, ella lo avrebbe morso al collo con i suoi denti aguzzi, uccidendolo all’istante. E questa danza della mangusta continuava incessantemente mentre il cobra se ne stava quasi sempre fermo e la seguiva con lo sguardo. Ogni tanto la mangusta attaccava e il cobra riusciva a schivarla; oppure il contrario: il cobra sferrava il suo colpo contro la mangusta, la quale riusciva giusto in tempo ad evitarlo. E questo attaccarsi e schivarsi uno con l’altra rappresentava la farsa che veniva recitata sul palcoscenico di quel mercato delle pulci. E il proprietario era molto attento a scoprire il momento in cui uno dei due animali si fosse stancato e quindi avrebbe potuto soccombere, e proprio allora li separava e dichiarava finito lo spettacolo: non poteva rischiare di perderne neanche uno, essendo entrambi preziosi per la sua sopravvivenza.

“Non mi piace, mamma. Solo l’idea che uno di quei due graziosi animali possa morire mi fa paura. Ho paura della morte, dopo che è morto il nostro caro babbo!” disse Cristina, tirando la mano della madre affinché se ne andasse.

“Mi è venuta un’idea” disse Giacomo, “perché non compriamo la gabbia e il suo padrone, così nessuno dei due animali potrà mai morire?”

“Si, comprali, mamma!” disse Cristina.

“Se lo volete, ve li compro tutti e tre. Per voi farei qualsiasi cosa” disse la madre.

Fu così che il padrone della gabbia, che si chiamava Filippo, venne a lavorare a casa dei ragazzi come bambinaio e maggiordomo, mentre il cobra e la mangusta furono trasferiti in ampie gabbie separate, e non diedero più spettacolo.

“Filippo, tu ce l’hai i genitori, oppure sono morti?” chiese Giacomo.

“I miei genitori erano indiani, ma erano così poveri che non potevano darmi da mangiare. Un giorno venne una ricca signora italiana e mi adottò. Da allora ho sempre vissuto in Italia. Poi, con la guerra, questa signora, la mia madre adottiva, è morta, e tutte le sue ricchezze sono state confiscate dai nuovi padroni di questa terra. Per cui sono diventato di nuovo povero, e allora mi sono messo a rappresentare questi spettacoli della lotta tra il cobra e la mangusta nei mercati delle città della Campania, per fare un po’ di soldi e procurarmi qualcosa da mangiare” rispose Filippo.

“Quindi anche tu hai perso un genitore in guerra! A me è morto mio padre, e ne soffro tanto, sia io che mia sorella” disse a sua volta Giacomo, di nuovo con le lacrime agli occhi.

“Lo sapete? Forse ho quel che fa per voi e per me. Forse è possibile riavere i nostri genitori morti in guerra!” disse Filippo.

“Ma com’è possibile? Sono tutti e due volati in cielo, e i loro corpi sono sotto terra, al cimitero, dove una volta al mese portiamo i fiori sulla tomba di nostro padre. Non è più possibile riportarli in vita!” disse Cristina.

“Ho trovato un libro molto antico, roba di circa un millennio fa, in cui si descrive l’esistenza di una particolare pozione magica; un liquido che, se steso sul mondo, distrugge il male e i malvagi, e riporta le vittime delle guerre in vita, fino a mille anni or sono, cioè fino al tempo in cui è stato scritto il libro” disse Filippo, abbassando la voce perché nessuno potesse sentire quel segreto che stava loro svelando.

“Ma che dici? Sarà un libro di fiabe! Roba per bambini piccoli! La magia non è reale, esiste soltanto la scienza e il progresso tecnologico. La realtà non è quella immaginaria delle favole!” disse Giacomo.

“E se fosse vero? Dopotutto anche la scienza ha fatto tali progressi in questi ultimi cinquecento anni che la gente del duemila avrebbe considerato impossibili e irrealizzabili” disse Cristina, accendendo una scintilla di speranza e di fiducia nel cuore di Giacomo.

“Potrebbe essere anche il frutto di qualche grande scienziato di quei tempi,” aggiunse Giacomo, “dicci tutto su questo liquido. Cosa possiamo fare per averlo?”

Filippo aprì la sua grande borsa e ne tirò fuori un vecchio libro, tutto consumato e impolverato, sulle cui pagine l’inchiostro era quasi del tutto scomparso e a stento si riuscivano a leggerne i caratteri. Qui c’è scritto che bisogna rivolgersi al “Signore della Guerra”, che vive dentro al cratere del Vesuvio, per ottenere “il magico unguento che annulla e distrugge ogni male e ogni malvagio della terra e restituisce coloro che in battaglia son morti…”.

“Ma il Vesuvio è proprio qui vicino, non ci vuole niente ad andarci. Facciamoci accompagnare dall’autista di papà, con la sua bellissima, nuova auto carjet7. Salirono tutti e tre su quell’auto enorme e spaziosa, che in realtà era un piccolo aeroplano a reazione, che volò rapidamente sul breve tratto auto-spazio-stradale che conduceva al cratere del vulcano. Da lì scesero dentro, sempre con la carjet7, dato che allora quel vulcano non era attivo, mentre lo era stato soltanto fino ad alcuni anni prima, seminando panico e distruzione. Scesero dall’auto e si incamminarono lungo un sentiero che conduceva ad una grotta. Tutt’intorno fuoriuscivano fumarole di zolfo caldo ed ogni tanto flebili fiammelle scaturivano dal sottosuolo. Lì sedeva su di un grande trono il Signore della Guerra, con quattro braccia, ognuna teneva in mano un’arma antica: una lancia, una spada, un giavellotto e un coltello. Ai suoi piedi si stendeva un tappeto di bombe, di tutte le dimensioni. Lo schienale della sua poltrona conteneva sette missili, pronti per partire e gettare il loro carico di morte in qualsiasi luogo della terra.

“Sedete, accomodatevi! Siete i benvenuti. In cosa posso servirvi?” disse il Signore della Guerra.

Sedettero su delle grosse sfere nere, che altro non erano che bombe micidiali, per fortuna disinnescate.

“Vorremmo avere la pozione magica che annulla il male e i malvagi e le guerre” disse Giacomo, che era il più coraggioso.

“Certamente non è da me che dovete venire: io ci vivo con le guerre e non vorrei mai che cessassero sulla terra. Sono il mio pane quotidiano e senza di esse non potrei sopravvivere; infatti, nella passata Età dell’Illuminazione, stavo quasi per rimetterci la pelle: cinquecento anni senza neanche un piccolo conflitto locale! Comunque non ho mai sentito di un tale unguento!” rispose il Signore della Guerra. “Però credo che forse, il Signore della Morte potrebbe saperne più di me. Lui ne sa sempre una in più del diavolo! Provate ad andare da lui, nel deserto del Sahara, nella piana della morte”.

Fu così che tornarono a casa delusi, ma, senza perdere le speranze, si fecero accompagnare dal pilota personale di loro padre, con uno degli spacejet, aerei per viaggi lunghi ma ancora nell’ambito terrestre, fino alla piana della morte, nel cuore del deserto, in un luogo dove non riusciva a vivere nessun animale o pianta, nulla, neppure la tua ombra, essendo il sole così forte.

“Avete mai sentito della pozione magica che elimina il male e i malvagi e le guerre dalla faccia della terra?” chiesero al Signore della Morte, orribile d’aspetto, con il volto e il corpo scheletrici e la pelle bianca e cerulea, come se fosse un cadavere ambulante.

Questi chiese a sua volta: “Vi riferite alla Malgìa?”

“Si” disse Giacomo.

“Io non ce l’ho, ma forse il Signore del Male potrebbe averne un po’: è molto astuto, e riesce sempre a impossessarsi di un campione di ogni tipo di pozione magica. Andate nella Foresta Nera, in Germania, dove gli alberi sono così fitti da non lasciar passare neanche un filo di luce, vi troverete una casetta di legno scuro, tutta coperta di ragnatele. Non abbiate paura, entrate e troverete il Signore del Male. Non è poi tanto malvagio come sembra!” disse loro il Signore della Morte.

Quando giunsero in quel luogo macabro e tetro imperversava un gran temporale con fulmini e tuoni che laceravano il buio e il silenzio della foresta, dove i rami e i tronchi degli alberi apparivano come fantasmi pronti a impossessarsi della tua anima, il vento ululava tra le fronde e quel suono era foriero di tristi avvenimenti. L’oscurità e la bruttezza di quel paesaggio, dove c’erano ovunque foglie e rami in putrefazione, ragni, vermi, serpenti e topi, li avrebbe fatti scappar via da un pezzo, se non fosse stato per Filippo, che li incoraggiava a proseguire, perché diceva che eravamo stati investiti di una missione eroica e umanitaria: sconfiggere il male dell’umanità!

Terrorizzati, con il cuore alla gola, aprirono la porta scricchiolante della casetta nella foresta: improvvisamente un pipistrello entrò nei lunghi capelli ramati di Cristina e vi si impigliò nel cercare di liberarsene. Subito Giacomo e Filippo si adoperarono per liberare i capelli da quell'orripilante creatura della notte, mentre Cristina gridava come un’ossessa. Poi procedettero nella stanza che doveva fungere da soggiorno: sembrava completamente disabitata.

“Che cosa volete, bastardi? Perché siete venuti qui? Come osate disturbare la mia quiete?” una voce apparve dalle tenebre di quella casa, un signore dallo sguardo maligno e terribilmente cattivo, con lunghi denti aguzzi e sopracciglia rivolte all’insù, un pizzetto che gli allungava il volto e lo rendeva ancor più temibile, si fece avanti verso di loro scoprendo le sue forme al lieve bagliore di una luna offuscata dai grigi alberi e dalle alte e robuste pareti della casa.

“Vorremmo sapere dove possiamo trovare la Malgìa, la pozione magica” stavolta parlò Filippo, in quanto Giacomo aveva troppa paura per proferir parola.

“Che cosa volete farne? Volete forse distruggere la gente malvagia come me? Certamente non vi dirò niente al riguardo di quell’unguento, neanche se fossi torturato! Seppur sapessi qualcosa, non ve lo rivelerei, potreste usarlo contro di me, per uccidermi. Ma, se proprio ci tenete a scoprirla, andate dal Signore del Bene, nei giardini dell’isola di Sri Lanka. Lui forse vi potrà dire qualcosa, sempre che sappia della sua esistenza” rispose quella perfida creatura, ridacchiando come un diavolo e ponendo di nascosto sulla spalla di Cristina un microtrasmettitore, con la speranza di poter avere informazioni sulla pozione e, semmai, rubarla all’attuale proprietario (quella Malgìa era l’incubo delle sue notti e doveva scoprirne il possessore e distruggerla, prima che qualcuno la potesse usare contro di lui).

Subito scapparono via da quel posto così orrendo e tornarono allo spacejet per andare nello Sri Lanka.

Giunsero in un luogo paradisiaco: migliaia di palme e altri meravigliosi alberi tropicali e fiori di ogni colore e profumo facevano da cornice a quel posto d’incanto, dove, in una splendida grotta piena di luce, viveva il Signore del Bene, a cui ripeterono la stessa richiesta, che ormai stavano facendo a tanti esseri straordinari, misteriosi e pieni di poteri.

Questi rispose che, se l’avesse avuta quella pozione magica, l’avrebbe già da tempo usata contro i malvagi, e avrebbe così finalmente sconfitto il Male, una volta e per sempre.

“Però potreste chiedere al Signore Bianco e al Signore Nero, loro sono i gestori dei due Poli da cui si origina l’intero universo, quelli che in Cina sono chiamati lo Yin e lo Yang, le due forze estreme di ogni fenomeno della natura, il polo positivo e quello negativo. Abitano uno al Polo Nord e l’altro al Polo Sud, ma li potete trovare il primo nel pieno dell’estate boreale ed il secondo al culmine dell’inverno australe, che poi corrispondono allo stesso periodo, essendo uno opposto all’altro, con le stagioni una il contrario dell’altra".

E così fecero, tramite lo spacejet riuscirono a spostarsi in pochi minuti da un polo all’altro, e riuscirono a far visita ad entrambi in un tempo così breve.

“Ma non vi posso dare la mia parte della Malgìa, è l’unica arma di ritorsione che ho contro il Signore Bianco. Se qualcuno riuscisse ad impossessarsi di entrambe le parti e distruggesse i malvagi e il Male dalla terra, allora cesserebbe di esistere uno dei due poli e non ci sarebbe più vita, in nessun luogo di questo pianeta” disse il Signore Nero.

“Ma noi non la useremo, bensì la terremo nascosta in un luogo dove nessuno mai la potrà trovare!” disse, mentendo, Filippo. Sapeva che quella bugia era a fin di bene, e quindi non si faceva scrupolo di dire il falso.

Lo stesso avvenne con il Signore Bianco.

E così, alla fine, dopo tanti sforzi, riuscirono ad avere la Malgìa, la pozione magica che avrebbe riportato in vita i loro genitori.

Su entrambe le metà della pozione era scritto che bisognava mescolarle per bene e stenderle su tutta la terra soltanto il prossimo giorno del 29 febbraio, in un anno bisestile qualsiasi, altrimenti non avrebbe fatto effetto.

Così dovettero attendere due anni, prima di poter realizzare il loro piano di soccorso ai genitori morti.

Giunto il giorno fatidico, poco prima dell’alba, uscirono di casa, insieme al loro amico Filippo, per iniziare “l’operazione anti-malvagità”. Erano così contenti all’idea di poter presto riabbracciare i loro cari che non si accorsero di essere seguiti: un signore tutto vestito di nero approfittò del buio che precede l’alba per entrare nell’aereo insieme a loro. Partirono con lo spacejet e salirono in quota. Quando presero la bombola con la pozione e stavano per versarla fuori, tramite uno speciale macchinario che avrebbe espulso il liquido mantenendo la cabina pressurizzata, sentirono una cupa voce che diceva:

“Questa me la prendo io, mi appartiene. Voi non avete alcun diritto a distruggermi, anch’io devo vivere” e il Signore del Male si impossessò con forza della bombola, dando un pugno a Filippo che cadde a terra tramortito.

“Ridammi la pozione magica” disse Giacomo, gettandosi sul Signore del Male.

“Neanche per scherzo!” e l’uomo malvagio gli mollò due ceffoni che lo misero KO mentre Cristina non faceva che urlare e piangere.

Nel frattempo Filippo era rinvenuto e, presa una leva di ferro, la scagliò sulla testa del Signore del Male, che svenne.

Subito lo legarono e lo buttarono giù dall’aereo… e questi precipitò al suolo morendo.

Allora sorvolarono ogni angolo della terra, spargendo il liquido miracoloso e aspettando di vedere gli effetti sulla gente, sugli animali e sull’intero mondo.

Avevano portato con sé, nella cabina dell’aereo, una piccola gabbia con il cobra e la mangusta, stavolta separati soltanto da una grata di metallo. Dopo aver cosparso la Malgìa su tutto il pianeta, tolsero quella grata e aspettarono per vedere se i due animali avrebbero ripreso a lottare tra di loro: non lo fecero, entrambi erano docili e mansueti come cagnolini, ogni malvagità gli era sparita dal corpo e dalla mente, si aiutavano l’uno l’altro e si volevano tanto bene, come se fossero fratelli. Quello era il segno evidente della scomparsa della malvagità dal mondo.

Nel frattempo una terribile pestilenza uccise tutti i malvagi della terra, mentre i buoni sopravvissero per miracolo a tale epidemia. Non essendoci più i malvagi cessarono anche le guerre, e con esse se ne andò anche il buio, la notte, il potere del deterioramento, la vecchiaia, le malattie e la morte (l’uomo non divenne immortale, perché mai ciò che nasce può cessare di morire, ma la vita si allungò tantissimo, arrivò a 10.000 anni). Ritornarono in vita i morti di tutte le guerre, compresi i loro genitori: il padre di Giacomo e Cristina e la madre di Filippo. Tutti e tre furono contentissimi, non riuscivano a contenere la loro felicità, poter riabbracciare finalmente il loro babbo, o la sua mamma: niente al mondo poteva dargli maggiore appagamento.

Nel frattempo la terra si sovrappopolò, la vita era divenuta lunga, terribilmente lunga e noiosa. Essendoci la luce del sole sia di giorno che di notte, la terra presto seccò e inaridì divenendo un immenso deserto sterile e infuocato; le piante erano confuse e stressate per il troppo lavoro di fotosintesi, senza mai poter riposare; il ciclo naturale di luce e di buio, di vita e di morte, di sviluppo e di deterioramento non c’era più: tutto era sconvolto e ovunque regnava soltanto il caos e la confusione.

Non si può vivere con un’unica forza, un solo polo, anche se essa è positiva, creativa e luminosa!

Così, all’improvviso, la terra, le piante, gli animali e gli esseri umani cominciarono a sgretolarsi, a disintegrarsi, a svanire nel nulla: la vita stessa dell’universo, mancando uno dei due poli su cui esso si fonda, non riusciva più a sostenersi, era come un uccello a cui avessero tolto una delle due ali, o come un ponte su un fiume a cui avessero eliminato una delle due rive su cui esso poggia, o ancora come un attore che recita davanti a un pubblico inesistente…

“No!” dissero i ragazzi “Non è questo che volevamo!” E allora corsero dal Signore Nero e poi dal Signore Bianco chiedendo cosa fare, prima che fosse troppo tardi. Entrambi i Signori gli dissero di rivolgersi al Signore Blu, poiché ognuno di essi poteva dare solo metà della risposta e non aveva la visione d’insieme del problema. Il Signore Blu lo cercarono dappertutto, in ogni parte del mondo, in ogni angolo nascosto del globo e dello spazio che lo circonda, ma non lo trovarono. Alla fine, ormai esausti, si lasciarono andare, si accasciarono a terra e scivolarono in uno stato che era tra la veglia e il sonno, uno stato di totale abbandono e riposo, e solo lì, nel loro stesso cuore, nell'intimo della loro natura, scoprirono il Signore Blu.

Egli dimorava in una luce splendente di colore blu, lui stesso irradiava ovunque questa luce, che era una luce colma all'infinito d'amore e di totale beatitudine. Mai nato e che mai dovrà morire, egli viveva al di fuori del tempo, nell’eternità del continuo presente.

Spiegò loro che la vita non può esistere senza la morte, che il Bene non può sussistere senza il Male, tutto il mondo che si manifesta è costituito di opposti, è un incastro dei due poli, positivo e negativo: Yin e Yang. Se uno viene meno, anche l’altro scompare, poiché l’esistenza stessa è basata su entrambi. Proprio come la lotta tra il cobra e la mangusta, se togliamo uno dei due animali, con chi lotterà l’altro? Tutto lo spettacolo cesserà di essere, la farsa della vita finirà nel momento in cui uno dei due poli dovesse svanire.

Tutto nell’universo è costituito di due poli, non si può fare a meno di nessuno dei due. L’elettricità scorre tra il polo positivo e quello negativo, il vento fluisce tra l’area di alta pressione e quella di bassa pressione, l’aria passa dal pallone pieno a quello vuoto, qualsiasi disegno è fatto di colori chiari e scuri, di bianco e di nero… Come si può scrivere con colore bianco su di un foglio bianco? Il polo positivo, senza quello negativo, cessa di essere un polo, tutto diviene uniforme e si annulla in sé stesso. Il mondo diviene un oceano caotico, informe e senza esistenza.

Così il Signore Blu consegnò ai bambini un’altra pozione magica, un antidoto da stendere sul mondo per riportarlo all’integrità originale, con due poli invece di uno.

I ragazzi corsero nell’hangar privato dei genitori, dove c’erano quattro aerei personali, di cui tre già si erano disintegrati e l’ultimo stava iniziando quel misterioso processo di annichilimento. Ma loro erano decisi nel riportare il mondo all’equilibrio originale. Corsero verso l’aereo, l’ultima possibilità che avevano prima che tutto scomparisse, e anche loro stessi, che già vedevano dei segni scuri sulla pelle che iniziava a disintegrarsi. Riuscirono a entrare nell’aereo, accendere il motore e lanciarsi in un decollo mozzafiato, correndo a tutta velocità sul mondo, e stendendo il prezioso liquido, giusto in tempo, prima dell’apocalittica fine.

Immediatamente la natura fiorì di nuovo, gli alberi, le piante, gli animali e gli esseri umani ripresero il loro ciclo naturale di crescita, deterioramento e morte, come è giusto che sia, la terra non fu più sovraffollata e si ricominciò a gioire e a soffrire, in quell’eterna altalena che è il gioco degli opposti. I loro genitori, insieme a tutti i morti in battaglia, ritornarono nelle tombe, attendendo di rinascere sulla terra in altre vite per procedere nella loro evoluzione. Quando rientrarono a casa i ragazzi e Filippo trovarono il cobra e la mangusta che lottavano di nuovo, come sempre, come il destino vuole che sia per loro.

Il Signore Blu apparve loro ancora una volta, sempre splendente di quella meravigliosa luce azzurra, e li invitò a cercarlo continuamente, non nel mondo esterno ma nel loro stesso cuore, poiché è lì che egli dimora, e di non cercarlo soltanto nei momenti di sconforto ma anche e principalmente in quelli di felicità.

Egli è il Signore che è al di là di tutti i poli, al di là della gioia e del dolore, della vita e della morte, oltre ogni dualismo e limitazione, oltre ogni sofferenza e piacere.

Quando impareranno a vivere sempre in compagnia del Signore Blu, ogni ansia, preoccupazione e dolore svanirà dalla loro vita, non dipenderanno più dalle circostanze esterne per essere felici, in loro esisterà soltanto e sempre beatitudine e completo appagamento.

Poi assistettero a uno spettacolo di indicibile bellezza, che fu per loro estremamente esplicativo.

Il Signore Blu scomparve in un oceano di luce blu, era un oceano di gioia così intensa e totale che loro non riuscivano a sostenere. E scoprirono che anche loro erano fatti di quella stessa luce blu, e divennero l’oceano di luce blu: un Unico, Infinito Essere di Luce!

Quindi, quella luce infinita cominciò a ruotare a velocità altissima, e da questa rotazione, come in una centrifuga, si “condensarono” due parti di luce, ben delimitate, come vortici nell’oceano. Anche queste due parti erano l’oceano infinito, ma “apparivano” come separate da esso: una di queste divenne sempre più chiara, fino a divenire bianca; l’altra scurì sempre più fino a divenire nera. E ognuna delle due parti mostrò migliaia di colori: la bianca colori chiari ed evanescenti, tipo pastello, e la nera colori intensi e scuri. Le due parti divennero due poli estremi, uno l’opposto dell’altro, divennero il Bene e il Male, la gioia e la sofferenza, l’amore e l’odio, la vita e la morte, la materia e la coscienza, il conoscitore e ciò che è conosciuto…

Iniziò così il gioco apparente della vita, il gioco che manifestava la natura dinamica, creativa e distruttiva, dell’Unico Infinito, di Dio. Iniziarono ad apparire sul palcoscenico della vita le miriadi di forme dell’universo e di tutte le creature che lo popolano; iniziarono e finirono migliaia e migliaia di universi, miliardi di mondi pullulanti di ogni genere di vita, dalle pietre alle piante agli animali e agli esseri umani.

Poi, all’improvviso, tutte quelle forme furono riassorbite nelle due luci, bianca e nera, e queste, a loro volta si fusero per divenire di nuovo l’oceano infinito di luce blu.

I ragazzi avevano assistito al processo della creazione e distruzione dei mondi, al divenire della cosiddetta “realtà”, che è, di fatto, una grande “illusione”, un grande “sogno” attraverso cui Dio si manifesta.

E Dio non è al di fuori di noi ma dentro di noi, Egli in realtà è la nostra stessa natura.

E così i due ragazzi vissero per sempre insieme al Signore Blu, e scoprirono che egli non era mai stato separato da loro.

L’unica vera realtà dell’universo è l’Infinito Signore Blu, tutto il resto è finzione, è la commedia della vita che si basa sui due opposti: il bianco e il nero, “il cobra e la mangusta”.

 

  

 

 

  

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