E' molto difficile, presente nel mio corpo causale, in attesa di una
prossima reincarnazione, fare il bilancio delle mie precedenti
esistenze. La Legge del Karma mi assegnerà altre lezioni da
imparare, prima d'essere libero, chiudere questa ruota. Molto mi resta
da percorrere, sulla strada che mi condurrà a Shamballa, dove risiede
la gerarchia bianca dei Signori del mondo.
Nell'eterno presente, vedo nitidamente il viaggio, era l'anno 1307 d.
C., che mi condusse a S. Giacomo di Compostella. Itinerario che purificò
il mio spirito, metafora di quello, più grande ed importante, fra i
sette pianeti
sacri, esposto all'influsso benefico dei loro sette raggi.
Avevo abbandonato la domus Templare di S. Restituta, nella bella e
assolata Karalis, retta dal venerabile maestro Tancredi. L'ordine era
allo sbando, l'anno precedente, in Francia, Filippo il Bello aveva fatto
arrestare tutti i fratelli, compreso il Gran Maestro Jacques De Molaj.
Veniva meno la protezione dei Pisani, preoccupati del prossimo arrivo
dell'Infante Alfonso d'Aragona, che rivendicava il possesso di tutta l'Isola,
assegnata al suo augusto genitore dal Papa Bonifacio VIII..
Mi sentivo come una cane senza padrone, ramingo, gravato dal peso dei
miei peccati.
Quella mattina del 24 giugno, stanco dalla precedente notte di veglia in
onore di S. Giovanni Battista, attraversando le porte che menavano
al porto, raggiunsi il quartiere di Lapola. Vestito da contadino,
abbandonati i miei abiti e il bianco mantello del mio ordine, cercai un
possibile imbarco che mi conducesse in salvo. Molti fratelli erano stati
accolti in altri ordini
monastici, altri avevano preferito aspettare.
Nel porto vi era una sola nave, le sue insegne indicavano una
provenienza Amalfitana. Mi infusi coraggio, parlai con alcuni marinai
intenti a riparare le velature, riuscendo a guadagnare un colloquio con
il comandante. Egli era Erasmo d'Amalfi, burbero, irsuto e spicciativo
marinaio, dal viso cotto dal sole e forgiato dalle intemperie. Più che
delle mie pretese competenze marinaresche fu convinto ad accettarmi
grazie a cento bisanti (se pure moneta poco apprezzata) che fui in grado
di versargli.
- Tu stai sicuramente scappando da qualcosa o da qualcuno - mi disse,
con malcelata malizia nello sguardo, - Ma sembri un bravo giovine. Mi
assicurò che il bastimento sarebbe partito quella notte stessa, con un
carico del rinomato olio di Dolia, diretto a La Rochelle, nel nord della
Francia, posto non molto sicuro per un Templare.
Mentre occupavo posto sui banchi di voga, maturai l'intento, appena
arrivato in terra Francese, di cercare di raggiungere il passo di
Roncisvalle, per poi trovare rifugio in Portogallo. In quella terra,
nell'inespugnabile castello di Tomar, il Re Dinis, aveva offerto rifugio
a tutti i fratelli perseguitati.
In quei lunghi giorni, con il corpo dolorante dall'incessante esercizio
della voga, legato al mio pesante remo, feci ammenda dei miei errori.
Peccati miei personali, che non intaccavano la purezza dell'ordine,
attaccato da ignominiose e false accuse. Pieno d'orgoglio, ottenebrato e
sviato da molti manoscritti della biblioteca, avevo creduto di
raggiungere la salvezza, la gnosi, studiando il segreto Vangelo di
Didimo.
Per intere notti, compulsando oscuri testi alchemici, avevo rincorso,
con
insuccesso, la creazione della pietra filosofale. Avevo, alimentando il
fuoco sotto l'athanor (crogiolo degli alchimisti), atteso invano che la
nigredo di mutasse in albedo, non ero riuscito a sconfiggere il drago.
Ma, peccato ancora più odioso, per me che avevo fatto voto di castità,
era
stato cercare requie nell'amore carnale di una donna. Fra le braccia di
Celestina, credendomi puro perché liberato dalla conoscenza, vedevo il
lei la Sophia. Fra le sue cosce tornite, cercavo il rebis, l'umbiculus
mundi,
mi pareva di arrivare al compimento della Grande Opera. Vanità delle
vanità.
Arrivati a La Rochelle, porto dal quale i fratelli di Francia, con la
loro
poderosa flotta, salparono verso i generosi lidi di Scozia, mi
incamminai
verso sud, Roncisvalle era lontana, periglioso il cammino. Ad un prezzo
esagerato riuscii ad avere un cavallo, un vecchio ronzino che un
contadino mi cedette, ottenendo un insperato guadagno. Per non destare
sospetti mi travestii da Jaquarie, pellegrino di S. Giacomo, bordone,
cappuccio con l'immancabile conchiglia in evidenza sulla parte anteriore
dello stesso, erano le mie insegne. A forza di mentire, mentre chiedevo
la strada a sospettosi villici, maturò in me la convinzione che il
Santuario di Compostella era veramente la mia meta. Dovevo espiare i
miei peccati, rigenerare la mia anima, riconciliarmi con Dio. Volevo
recuperare la mia dimensione spirituale.
Giorni e notti di disperato cavalcare, sperando che il mio palafreno non
cedesse, rubando la frutta dai campi, mi condussero, finalmente a
Roncisvalle.
Avevo deciso di arrivare sino a S. Jago. Rivedo ancora il mio
itinerario,
le situazioni, i pericoli, le facce dei molti pellegrini che incontrai.
A S. Giovanni de la Pena, vicino al passo di Somport, dalle parole di un
monaco Cluniacense, Bernardo di Moissac, capii che il mio istinto d'autoaffermazione
mi aveva reso incline alla violenza, alla lotta, all'egoismo ed alla
sopraffazione degli altri. A Burgos, nei pressi del santuario di S.
Colomba, fui colpito
dal raggio d'amore-saggezza: capivo che dovevo riuscire ad essere in
comunione spirituale con tutti gli esseri viventi, e sviluppare l'intelligenza
del cuore.
Il fuoco creatore dello Spirito Santo, portatore dell'intelligenza
attiva,
mi stava aiutando, col suo raggio d'armonia attraverso il conflitto, a
farmi
fare il salto, superando la dualità spirito - materia, verso una
nuova coscienza.
A Fromista, ancora lontano dalla mia meta, incontrai un vecchio. Era
molto
stanco. Mi disse che veniva da molto lontano. Divisi con lui le mie
poche
provviste. - Caro Ragazzo, - mi disse, - per tutta mia lunga
vita ho cercato
solo il lato materiale delle cose, manifestando un sincero disgusto per
i sentimenti. Ho sempre aborrito ogni pulsione artistica e mistica. Il
mio
pellegrinaggio, prima della mia prossima morte, è il tentativo di
sondare
questi sentimenti che non ho mai sperimentato.
Non sapevo cosa rispondere. Mi venne da dire : - Caro amico, anche io ho
sbagliato, anche io ho molto da imparare; penso che la tua sete di
sapere,
sino ad ora orientata verso la materia, ti condurrà, certamente, a
sperimentare
la dimensione metafisica, scoprendo la sensibilità e la compassione.
Anche tu, ne sono sicuro, giungerai a scorgere la presenza di Dio in
ogni essere vivente, a captare il suo amore. Il vecchio, colpito dalle
mie parole, mi abbracciò e pianse.
Giunto a San Zolio di Carrion mi fermai un poco a pregare,
scoraggiato
da un profondo senso di futilità, capivo di essere in una situazione di
crisi. Era scomparso il mio fanatismo, il mio attaccamento a me stesso,
ma sentivo una forte separatezza dalla Divinità, la verità era
ancora lontana.
Dopo aver toccato Irago, Cerbero, Sahagun, arrivai al campus stellae,
vicino
al luogo di sepoltura di S. Giacomo. Figlio di Zebedeo e di Salome,
nativo
di Betsaida, pescatore, che, dopo aver convertito nella terra di Spagna
molti pagani, fu il primo apostolo martire. A lui, che era chiamato
Boanerges, figlio del tuono, chiesi aiuto e consiglio. Capii che solo
con la meditazione, lo studio dei testi sacri, la disciplina atta a
purificare il corpo e la mente, potevo rinascere. Ora lo so, il mio
Sahasrara, settimo chakra, posto alla sommità del mio capo, era ancora
chiuso, non era ancora in contatto con la monade. Molte vite, nell'incessante
tentativo di raggiungere l'illuminazione, sperimentare la connessione
con il Tutto, dovevo ancora vivere.