Il
tempo e' imprevedibile, a Londra. E' possibile svegliarsi con un sole
caldo e appiccicoso, andarsi a lavare il viso, tornare alla finestra e
ammirare la grandine. Il tempo e' cosi': non lo puoi prevedere. Io lo so
bene, perche' una volta ho vissuto piu' stagioni in un solo giorno.
Era la mattina del 12 Luglio scorso. Mi svegliai sudato e intontito dal
sole, non avevamo le tende in quella casa in Camberwell. Mary Jane, mia
moglie, non le voleva. Mi affacciai alla finestra e ammirai lo
spaventoso cielo londinese; le nuvole pettinavano rapidamente l'aria, la
solcavano come aratri sulla terra umida. Le vedevo passare cosi' veloci
che a raccontarlo non ci si crede. Allora pensavo che prima o poi mi
sarei abituato anche al cielo di Londra, ma non e' stato cosi'.
Mary Jane non faceva altro che ripetermelo. Vuoi fare l'artista, diceva.
Vuoi essere l'uomo triste perche' e' da artisti esserlo; ecco perche'
non ti piace nemmeno il cielo. Ogni volta che mi parlava in questa
maniera, fingevo di non ascoltare ed andava a finire sempre nello stesso
modo:
-Fai cosi' perche' non mi ami piu'!-, diceva.
Era la sua conclusione per tutto.
Io attaccavo a parlare delle tende e lei diceva che voleva cambiare
casa, che quella era piccola e che non aveva senso comprare le tende se
poi cambiavamo. Io rispondevo che quella casa poteva andare bene ancora
per un po', e lei:
-Fai cosi' perche' non mi ami piu'!-.
Sempre!
La sera prima di quel famoso 12 Luglio, avevamo avuto una discussione
stupida riguardo ad una trasmissione televisiva su Channel 4.
Era una farsa in cui i protagonisti fingevano di essere una coppia in
crisi. Mary Jane aveva preso le mie parole, le aveva annodate,
ritagliate e sconvolte, ed erano diventate:
-Tu guardi queste storie perche' sono simili alla nostra. Io non ti amo
piu'!
-Ma cosa stai dicendo?-, le rimproverai annoiato.
Fai cosi perche' … eccetera … eccetera!
Era diventata monotona. La cosa che piu' mi faceva arrabbiare era che
avesse ragione. Non l'amavo piu'!
Quando
mi svegliai presi il vecchio maglione grigio e i pantaloni che mi aveva
regalato tempo prima, ad un compleanno o a un anniversario, e andai in
bagno a cambiarmi.
Mi preparavo e provavo un'insofferenza incontrollabile per tutto cio'
che mi ricordava Mary Jane in quella casa.
Il bagno era il suo regno e dovunque guardassi lei aveva lasciato la
propria firma. Spazzolino, lacca, saponi, creme, scarpe, asciugamani,
spugne, trucchi, profumi. Aveva marcato il proprio territorio. Quando
indossai il maglione mi sentii un albero segnato da un cane; quella
cagna di Mary Jane.
Scesi le scale e tornai nella sala prima di uscire per andare a correre.
Non correvo mai, ma quella mattina ne avevo bisogno, dovevo spurgare
Mary Jane dalla mia testa con una bella corsa giu' per la collina di
Camberwell. Ecco che pero' qualcosa si mise tra me e la corsa: la
grandine.
La rabbia per quel repentino cambiamento di tempo fu improvvisa e
devastante.
-Cazzo, cazzo, cazzo!-, gridavo.
-Londra e' come una donna che ti rompe le palle e tu Mary Jane ne sei lo
specchio!-, urlai alla poverina mentre mi raggiungeva spaventata dalle
mie urla.
Quando strillavo in italiano, Mary Jane non capiva mai. Anche quella
volta non capi', ma rispose con le lacrime agli occhi e una frase
inglese. In italiano suona piu' o meno cosi':
-Dici cosi' perche' non mi ami piu'!
Non ci vedevo dalla rabbia. Gettai per terra tutto cio' che trovai sul
tavolo, feci rumore e gridai frasi che non ricordo nemmeno. Infine uscii
vestito come un ridicolo vecchio corridore sotto la grandine.
I primi colpi in testa non mi diedero nemmeno fastidio; fu il torrente
di ghiaccio che mi flagello' il corpo vestendolo di lividi, quello si',
mi infastidi'.
Mi rifugiai in un caffe' e feci colazione. Ero tutto rosso in viso e non
c'era un muscolo che non mi dolesse. La gente che mi vedeva si prendeva
gioco di me e non volli andare al bagno a darmi una sistemata perche'
probabilmente mi sarei vergognato ancora di piu'.
Quando mi trovavo da solo a pensare capivo molte cose. Mentre mangiavo i
miei toast e le mie uova capii che in fin dei conti non c'era argomento
su cui Mary Jane non avesse ragione. Ero un artistoide
romantico/esistenziale. Uno di quelli affezionati allo spleen e alla
noia, o ennui, che rende meglio l'idea. Tutto senza una vera ragione se
non la mia condizione di artista. La cosa che mi bruciava di piu' era il
modo diretto che aveva Mary Jane per dirmi certe cose. Come se il fatto
di amarmi dovesse in qualche modo impedirle di giudicarmi. Il vero
stronzo alla fine ero io. Io non volevo stare piu' con lei, tantomeno a
Londra, tantomeno in un'altra casa. Io non l'amavo piu' e non avevo
avuto il coraggio di dirglielo per molto, troppo tempo.
Pagai e uscii di nuovo in strada. Un sole tropicale spaccava l'asfalto e
le teste dei passanti. Decisi che avrei confessato la mia stupidita' a
Mary Jane.
Una
volta a casa, un biglietto mi accolse al posto di mia moglie:
"Caro Andrea, ho capito una cosa fondamentale: NON TI AMO PIU'!
Mary Jane Whebber"
Questo mi lascio' disorientato per un pezzo, Rilessi piu' volte quelle
parole: NON TI AMO PIU'!
Non era possibile. NON TI AMO PIU'!
Lei era mia moglie. NON TI AMO PIU'!.
Con uno stupido orgoglio tutto maschile cercai di rintracciarla. Non
poteva lasciarmi, non lei. Tutto quello che avevamo fatto e sognato. La
casa! Noi due. Lei non mi amava piu', ma io, io… io l'amavo ancora.
Come i bambini che vogliono sempre cio' che non avranno, io volevo Mary
Jane.
Le mie ricerche telefoniche furono vane. Dove si era cacciata? Mentre
passeggiavo per la casa inciampai nella mia immagine riflessa e mi vidi
con addosso il maglione grigio del liceo di Camberwell che la mia
piccola Mary Jane mi aveva regalato quando ci eravamo messi insieme.
Quanto l'amavo; Dio, quanto l'amavo!
Mentre componevo nella mia mente pagine di endecasillabi in rime
ternarie intitolate: "Ode alla mia Regina Mary Jane", la porta
di ingresso fu spalancata per far entrare in scena la protagonista della
mia opera.
-Ah! Sei qui!-, disse.
Non risposi.
-Questa sera dormi qui! Domani te ne vai!
Non risposi nemmeno questa volta, ma pensai: dice cosi' perche' non mi
ama piu'!
-Non hai nulla da dire?
Nulla, pensai.
-Vado a farmi una doccia!-, e spari'.
Andai alla finestra. Il vento stava sollevando onde di polvere e
fastidio. Gli spifferi di aria gelida ricordavano la neve, anche se era
Luglio io mi trovavo a Dicembre. Non capivo cosa volevo fare ne' cosa
pensare. Il mio riflesso sul vetro, quel maglione. Non sapevo, giuro non
sapevo. Probabilmente non pensavo.
Mi andai a sdraiare. Mary Jane entro' nella stanza da letto con
l'accappatoio addosso.
-Vattene! Devo cambiarmi!
Mi sedetti sul letto e la guardai annoiato. Avevo ripreso il controllo
di me stesso e della situazione: ero annoiato. La fissai per qualche
istante poi le chiesi:
-Mary, ci siamo mai amati?
-Io ti ho amato! Ti ho amato tanto! Ma tu non ami nessuno. Per te
l'amore arriva e scappa via. Tu non mi hai mai amata. Non so nemmeno
perche' ci siamo sposati.
Finsi di pensarci sopra un paio di secondi, poi dissi:
-Per noia! Credo che ci siamo sposati per noia.
-Ma vaffanculo Andrea!
Mi alzai e andai in sala. Dovevo trovare un angolo dove dormire.
Il
13 Luglio Mary Jane non c'era piu'. Se n'era andata lei al posto mio. La
vita da single mi piacque per qualche mese, poi il tempo prese a
cambiare rapidamente, le nuvole a correre e io cominciai ad annoiarmi.
Scelte
-I
cerchi che via via si allargano fin quasi a scomparire, hanno un nome?
-Non saprei, di che parli?
-Ma si dai! Quei cerchi che si formano dopo che il sasso cade
nell'acqua.
Sorrisi, tirai un sasso nell'Oceano
e chiesi:
-Questi?
-Esattamente! Hanno un nome, secondo te?
-Non credo! Cerchi, sono dei cerchi..... niente di piu' e
niente di meno!
-Si! ma non sono cerchi... non so... sono qualcosa di piu'...
-Cioe'?
-Sono tempo, causa, effetto, gioco, vita e morte, in un
tutt'uno, non credi?
-Non ti seguo! Che vuoi dire?
L'unica cosa certa e' che prima di raccontarmi cio' che poi mi
disse, aveva riflettuto tanto su quei cerchi e su cosa potessero
significare. La cosa in se' non mi stupiva, faceva sempre cosi' quando
le veniva un'idea: ci ragionava e ci giocava nella testa e con gli altri
e da sola, finche' non arrivava il momento che la sentiva abbastanza
forte per buttarla in strada a vivere. Penso che fosse anche il suo modo
di vivere e di affrontare le situazioni. Farle crescere fino a che non
erano pronte a camminare. Voleva essere sicura di non cadere per terra,
credevo, e lo credeva anche lei. Questo fino alla sua strana storia dei
cerchi dell'acqua. Una storia che per lei significava dare un giro
potente alla ruota e vedere dove si poteva finire se la si girava ad
occhi chiusi, fidandosi solo del proprio istinto.
Gli raccontai la storia dei cerchi, non so nemmeno io bene il
perche', forse credevo e sapevo che avrebbe capito. Alla fine era
semplice. Come tutte le idee, che bene o male che sia nascono informi,
che magari le capisci solo tu, ma poi finisce che le modelli e le
scolpisci fino a quando dal cilindro muto di un blocco di marmo emerge
una statua, muta anch'essa, ma viva. Non so se mi capite. Viva: viva.
Nel senso che la vedi che e' li', e che puo' camminare nel mondo se lo
vuole. Ma prima la devi modellare. Le devi dare due gambe su cui
reggersi, altrimenti sei costretto ad andartene in giro con la tua bella
idea in braccio e te la puoi godere solo tu perche' gli altri non la
capirebbero. So che non e' molto chiaro come concetto, e forse su questo
ci devo lavorare ancora un po', ma sulla storia dei cerchi nell'acqua
no. Credo che sia semplicissima... e credo che l'abbia capita anche lui.
Camminavo...
o meglio, stavo fermo li', sulla spiaggia con altri
mille come me. Non me ne preoccupavo del mare. L'Oceano. Li' di fronte
da anni. Ogni tanto mi prendeva con se', e poi, quand'era stufo mi
ributtava sulla spiaggia. Un compagno di giochi lunatico, ecco cos'e'
l'Oceano se tu non puoi fare nulla se non stare al suo gioco. Ed ero
li', che pensavo a come la sera sarebbe stata chiara e densa di stelle,
quando lui mi prese stretto per mano, completamente avvolto da lui, poi,
in un attimo, lui sorrise, io non capivo bene che stesse succedendo, mi
strinse piu' forte, sorrisi, lui non lo vide, non lo poteva vedere, ma
io sorrisi, sollevo' il suo braccio e mi lancio' in acqua. L'oceano e'
questo. Un compagno di giochi, un partner imprevisto, un amore
travolgente in cui, non sai come, a volte ti trovi da solo a navigarci,
perche' magari lui ti ha preso con se e vuole farti sentire la sua forza
e il suo amore, e altre volte nemmeno lui se lo aspetta, ma qualcuno ti
prende e ti scaglia dentro. Questo e' l'oceano se tu sei un sasso e lui
e' il Mare.
a
rivo d'acqua
o a filo che sia
la parola per descrivere quanto leggero si possa andare non c'e'.
Sei li':
goccia tra le gocce,
e poi sei un attimo sopra,
lieve lieve,
una manciata di millimetri appena,
e viaggi
a fil di mare.
Viaggi e lasci che l'oceano, il mare, il sasso, il lancio, due persone,
l'aria, tutto ti passi fuori, accanto, ma anche dentro, tanto sei
veloce.... e dopo te altri, come te,
disposti a cerchio
disposti a tutto.
Cerchi a filo d'acqua che poi finisce che sparisci... finisce che non lo
sai ma sparisci... per chi crede che cio' che c'e' e' cio' che vedi...
ma qui entra il gioco magico di noi gocce e di chi sa vedere
un'emozione. Vedere, giuro! Vedere.
goccia
tra le gocce
rimani
dentro al mare
comunque vada
ma non sei che li principio di qualcosa
che gia'
era cominciato....
capisci?
lo capisci questo?
cade
il sasso
e' stato mosso un braccio
entra in acqua
e si nasconde
poi riemerge
ma non e' piu' di pietra,
e' il palpito di un cuore che ha cominciato o
ha ripreso a battere.
Il sasso,
il sasso cade
si nasconde,
poi cio' che lo circonda risente
di cio' che gli e' successo
e si agita fino a uscire allo scoperto.
Noi gocce d'acqua questo lo sappiamo.
Cade e arriva la sua forza,
la forza di cio' che gli e' accaduto,
arriva a noi. Ci fa alzare dalla nostra tranquillita' e ci porta
una manciata di millimetri
a fil di mare
e ci fa viaggiare...
e fino a qui
ci puo' arrivare qualsiasi mente
e
qualsiasi cuore.
Ma il gioco diviene magico nel momento in cui
vedi anche cio' che c'e' dopo.
La nostra forza non e' piu' li',
ormai siamo un'emozione dell'Oceano.
Questo e' un sasso lanciato nell'acqua, se sei una goccia e se sai
qual'e' il gioco delle onde nel mare.
Sono
l'aria. Non facciamo giochi su questo. Non abbiamo tanto tempo,
anche perche' ormai il discorso e' semplice. Non perdero' tempo come gli
altri e mi presento subito. Sono l'aria che e' causa di un evento: un
sasso nel mare. Io sono l'aria che porta in giro la storia di cio' che
e'
successo e di cio' che succede una volta che il sasso e' caduto nel piu'
profondo degli abissi marini. Sono l'aria che canta agli uomini, col
fischio del vento, il canto di un sasso che credeva di essersi perso
nel buio e che, una volta scoperto cio' che era e cio' che poteva e
sapeva
provare, non fu piu' sasso, ma prima forza, poi goccia, poi aria... e
poi ora non so... perche' non sono piu' nemmeno aria...
ora
sono qualcosa di piu' perche' la storia del sasso finirebbe qui, per
chi, non l'ha compresa o chi non la vuole comprendere... ma io so che ho
spazio nelle menti di chi sogna e so dare la forza di un sorriso.... lo
sfogo di un pianto, la gioia di un amore, lo strazio di un dolore, il
calore di un abbraccio, la bellezza di uno sguardo, la commozione, la
serenita', tutto.. tutto... proprio tutto... e mi fa ridere, sai? mi fa
ridere da matti, pensare che ero solo un sasso sulla spiaggia.
Pittore
del cielo
19/04/'99
...VECCHI LIVELLI PASSANO A FARMI VISITA IN UN CLIMA DI SERENITA'
RITROVATA…
19/04/99
pittore del cielo
Il cielo gocciola
e perde il suo colore
su di me,
si stinge lasciando il posto
ad una tela
bianca bagnata
pronta per i miei pensieri,
ed e' cosi'
che il mio nero sfuma
e muta
per qualche tempo in azzurro.
L'uomo azzurro camminava sotto il cielo bianco e si domandava perche' il
resto della gente intorno a lui rimaneva comoda nelle proprie 256
tonalita' di grigio.
Scese correndo le scale, gia' mobili per conto loro, e si continuava a
limare il cervello come fa il mare con gli scogli.
Un uccellino orientale rosso e bianco di peluche cinguetta tra mani
cinesi.
Nella metropolitana tutti i colori sono consueti ma non il suo. Lui
continua a sfoderare, spavaldo e pudico, il suo azzurro innaturale. Il
vagone centrale del treno lo accoglie in un groviglio di odori reali.
Gli occhi dell'Azzurro roteano per trasmettere al suo liscio cervello
nel minor tempo possibile.
I pensieri dell'uomo accanto a lui lo sconvolgono.
La ragazza di fronte gli sorride.
Un cane invisibile abbaia e poi miagola e poi guaisce come i freni della
metropolitana.
Abbandona le pareti viaggiatrici del vagone e sale di corsa le scale
immobili per chiudersi in tempo dietro i finestrini di un pullman ormai
partito.
Il suo sguardo costeggia il marciapiede che corre grigio accanto al
mezzo di trasporto.
Chi dei due vincera'?
La sua coscienza e' smerigliata ed impossibile da descrivere.
Nel dipinto del cielo
ci sono volti di donne
cui ho voluto bene, una l'ho amata,
ci sono occhi azzurri
verdi e neri come quando
di fuori hai paura
ci sono capelli
soffici sottili e spessi
neri castani
lunghi e rossi corti
ci sono volti di amici,
e di angeli morti,
angeli vivi,
popolano il quadro, e mia sorella,
ed occhi gentili su un volto d'anziano angelo
che io chiamo nonno, i suoi occhi
mi hanno insegnato a raccontare,
ed un nero angelo
incarna la figura dell'amicizia
e dell'onore, e mio padre e mia madre,
ed un amico sorregge il
cielo che riprende la sua tonalita' azzurra,
mio fratello regge l'altro
angolo della lastra azzurra,
e tutti gli occhi che ho visto in vent'anni,
e quelli che ancora non conosco
io lentamente perdo il colore
e sfumo nel nero consueto
ma sono contento
perche' ho visto davvero, oltre
il muro reale,
un dipinto nel cielo.
Sam
Non
esisteva tavolo su cui Sam non avesse scritto. Non che scrivesse sul
tavolo, intendiamoci; voglio dire che dovunque Sam si trovasse,
scriveva. Storie, racconti, fantasie o anche solo segni sulla carta;
l'importante era scrivere.
Diciamocela tutta, non e' che scrivesse esclusivamente per passione o
per chissa' quale impulso artistico, Sam scriveva per non sentirsi solo.
Per lui era come raccontare storie, vere o false che fossero, a
qualcuno, e di conseguenza avere una parvenza di compagnia.
Era esistito un tempo in cui Sam si trovava spesso solo, in casa o per
locali, e gli accadde proprio in quel periodo di adottare la tecnica di
scrivere per evitare la solitudine. In principio i suoi fogli erano
colmi di frasi o sensazioni, successivamente si erano trasformati in
ritratti, racconti, caricature e vere e proprie compagnie serali.
Solitudine dolorosa e orgogliosa.
Erano i giorni in cui avrebbe potuto essere preso a pugni da sconosciuti
in chissa' quale bettola e non avrebbe chiesto spiegazioni.
Probabilmente se quel tipo l'aveva picchiato aveva i suoi validi motivi
per farlo, cosi' si diceva. Magari era il ragazzo della tipa che si era
fatto la notte prima, o magari il fratello, chi puo' dirlo?
Sam non faceva domande, incassava pugni e calci senza emettere un
gemito; fino a che il picchiatore del momento aveva forza nelle braccia
e nelle gambe. E' un essere umano, si stanchera', cosi' pensava mentre
un calcio gli spezzava una costola o mentre un pugno gli cerchiava un
occhio di tonalita' tra il verde e il viola livido.
Ogni volta che un fatto del genere deviava il normale corso degli
eventi, oltre al suo setto nasale, si rintanava in casa e si curava
meglio che gli era possibile; disinfettando, fasciando, steccando. Per
sua fortuna le ferite non erano mai troppo gravi e il suo fisico era
piuttosto forte.
Spesso dolori antichi riaffioravano sottoforma di fitte a lacerazioni
stupidamente trascurate; ossa mal calcificate reclamavano la propria
esistenza. Il piu' delle volte riusci' comunque a rimettersi in piedi da
solo e in breve tempo.
Si considerava un duro per questo suo modo di non lamentarsi mai, di far
sempre ogni cosa da solo. In realta' era riuscito a ridursi ad un
ammasso piu' informe di quanto il suo fisico gli avesse promesso al
momento del concepimento.
Lividi, bozzi, deformazioni, dolori, spasmi, tutto era il ritratto
dell'uomo forte davanti agli occhi di Sam. Probabilmente era deforme
anche il modo che aveva di guardarsi.
Una volta arrivo' sfatto e ubriaco al bancone di uno dei bar in cui
scriveva piu' volentieri. Si era seduto in un angolo e aveva cominciato
a scrivere non so quale storia su delle sirene lesbiche. Pietro entro'
nel locale e gli si sedette accanto. Cominciarono un discorso assurdo
partendo dal pacchetto di sigarette, tutti e due fumavano Lucky Strike.
E' bello sentire il sapore della sigaretta se vuoi fumare. Altrimenti
che fumi a fare?, mi piace prenderle perche' a offrirle spesso le
rifiutano; e altre cavolate del genere.
Sta di fatto che Sam constato' senza troppo entusiasmo che anche quel
suo nuovo amico era ubriaco e sfatto quanto lui.
A un certo punto della interessante discussione sterile, Pietro chiese:
-Conosci un certo Samuele?
Sam afferro' al volo e finse di non conoscerlo. Dentro al suo cervello
inizio' una guerra e pace di deduzioni e ragionamenti. Dunque, io mi
sono presentato, sa come mi chiamo, certo gli ho detto Sam, ma non e'
che ci vuole un genio, cosa cazzo vuole? Vabbe' tanto e' ubriaco, non
avra' capito che sono io. Ma cazzo Sam/Samuele, ubriaco o no, uno ci
arriva. Stasera non ho nessuna voglia di prenderle senza sapere chi
cazzo ho di fronte. Magari gli devo dei soldi, Aspetta! Questo magari e'
il tipo che c'era l'altra sera al PITT. Cazzo ma per un paio di birre?
No! non puo' essere lui.
Prima dei pensieri arrivo' l'istinto: diceva: alza il culo e vattene!
-Pietro, giusto? E' cosi' che ti chiami? Senti mi spiace ma devo
scappare!
-E non finisci la birra che hai davanti?
Ancora l'istinto: diceva: bevi tutto in un sorso. Obbediente come una
bestia, Sam trangugio' la birra fino all'ultima goccia.
-Cazzo!-, si complimento' a suo modo Pietro.
Sam sorrise, giro' i tacchi e si allontano verso casa propria, ma
questo, Pietro, non poteva saperlo. Quella sera si senti' morire dentro,
si mise a piangere senza motivo. Un pianto silenzioso, solo, orgoglioso.
Era tempo di rinascere, di cambiare.
Trascorse
un'ora circa da quei fatti quando il barista chiese a Pietro:
-Ti porto qualcos'altro?
Pietro non volle nulla ma chiese:
-Conosci per caso un tipo che si chiama Samoele?
Il barista, che si chiamava a quel modo, sorrise e si presento':
-Allora questo e' per te!-, esclamo' Pietro estraendo la pistola dal
cappotto e farcendolo con un sonoro ripieno di pallottole.
Trascorse
altro tempo ed erano quasi le tre di notte quando il tenente Sandro
Pezzinoti, leggendo la carta d'identita' della vittima, disse queste
parole al cellulare:
-Si chiamava Samoele!
La
mattina seguente Sam si sveglio' felice di non provare nessun dolore,
era una sensazione nuova e piacevole. Mentre si preparava un caffe'
torno' con la mente alla sera precedente. Sembravano trascorsi secoli e
non riusciva a capire il motivo di quell'improvviso distacco. Forse il
fatto di svegliarsi completamente lucido significava riuscire ad
allontanare momenti del genere? Probabilmente non gli sarebbe successo
nulla se fosse rimasto nel locale. Quel tipo, Pino o Pietro, adesso non
si ricordava, non poteva essere offensivo. Si reggeva a malapena in
piedi e non riusciva a biascicare piu' di tre parole comprensibili alla
volta, se avesse voluto, Sam, avrebbe potuto metterlo al tappeto in un
attimo. Certo, sorrise mentre mescolava il caffe' e andava ad accendere
la radio, avrei potuto stenderlo! Anche se e' facile dirlo ora.
Le voci del notiziario del mattino furono i primi suoni ad entrare nella
stanza quella mattina, se si esclude la sonora scorreggia che Sam aveva
fatto mentre agitava il cucchiaino nella tazzina, ed il caffe' che
tracimava dalla moka.
Dopo i consueti annunci di guerra americani, le risposte di guerra del
mondo orientale, le guerre millenarie israeliane e le dispute
parlamentari, che non sono molto diverse dalle guerre precedenti, venne
il turno dei necrologi del sabato sera. Incidenti, risse e omicidi…
omicidi? Omicidio.
"E' successo ieri, nella zona di San Lorenzo, a Milano. Samoele
Serio, barista dell'"Asserate Pub" e' stato ucciso da un
cliente; tre colpi di pistola al cranio e tre al torace. Non si
conoscono ancora i motivi per cui l'assassino, Pietro Reis, noto
architetto milanese, abbia cosi' trucemente ucciso il ragazzo. Dopo aver
commesso il crimine, l'architetto, ha atteso l'arrivo della polizia.
Ulteriori notizie nell'edizione del pomeriggio. Passiamo alle notizie
sportive…"
Sam sbianco'. Non tanto perche' il Milan avesse perso la sera
precedente, quanto perche' quei sei colpi potevano essere destinati a
lui. Sicuramente, non c'erano dubbi, erano destinati a lui. Ma chi
diavolo era Pietro Reis? Perche' avrebbe dovuto ucciderlo?
Con molte domande e la sensazione di un sorriso immacolato, si vesti' e
si reco' a lavoro.
La
sera precedente
Una
volta rientrato in casa propria, Sam si lascio' cadere sul letto e,
privo di pensieri, lancio' lo sguardo in quel mondo che si nasconde nei
soffitti, tra crepe e macchie di umidita'. Mille immagini e voci
arrivarono a riempire lo spazio vuoto del suo cranio e improvvisamente
comincio' a piangere a perdifiato.
Non e' possibile andare avanti in questa maniera. Dov'e' finita Angela?
Dove sono Paolo e Marco? Le persone che prima facevano parte del mio
teatro, dove sono ora? Non riesco a credere di essere arrivato a un
livello del genere, non posso sentirmi cosi' da schifo ogni sera. Le
altre sere, almeno, il dolore non mi fa pensare. Non posso credere che
tutti se ne siano andati cosi'. Come ho fatto ad essere cosi' solo? Le
puttanate che scrivo, loro sono l'unica mia compagnia. Una bella
compagnia di merda. Non e' possibile che mi sia fatto dei nemici. Non
capisco, non…
Piangendo, ubriaco e svuotato, si addormento' senza capire che gli era
stata data una nuova possibilita'. Avrebbe potuto sentire di nuovo il
piacere di svegliarsi, il desiderio di raccontarsi, di fare, di sognare,
di amare. Tutte cose che gli erano state sottratte dalla solitudine in
cui si era cacciato da solo senza accorgersene.
Una
volta ucciso il barista, senza nemmeno lasciargli il tempo di capire
cosa stesse succedendo, Pietro si accascio' su una sedia in un angolo,
attendendo tutto quello che sarebbe arrivato poi.
Dovevo ucciderlo. Era lui ad avermelo chiesto e io nemmeno ce l'ho
fatta. Prima mi dice se posso farlo fuori, gli dico se e' pazzo, che
cazzo sta dicendo, mi lascio convincere, capisco perche' me lo chiede, e
poi? E poi mi fa sentire un assassino. Non riesco a credere che sia
accaduto a me. Non posso credere di essere stato raggirato in questa
maniera da un pazzo scatenato. Non voleva piu' vivere, e' da mesi che me
lo diceva, e mi aveva convinto. A pensarci ora non riesco a capire. Non
posso capire come abbia potuto credergli e nemmeno come abbia fatto a
sparare a 'sto povero cristo ora. Non c'entrava un cazzo, o forse era il
passaggio. Il punto di passaggio di cui Sam mi ha parlato in tutto
questo tempo. Diceva che non esistono piu' di un migliaio di caratteri
principali al mondo e che tutti sono raggruppabili in... in gruppi. Ogni
appartenente ad un gruppo e' un punto di passaggio per l'altro e cio'
che non riesce a portare a termine uno lo fa l'altro, in modo che tutto
torni a seguire una linea. Tutto torni a livello. Cosi' diceva, so che
e' assurdo ma diceva cosi'. E Sam lo sapeva che sarebbe finita in questa
maniera. Lui voleva un'altra possibilita' e voleva prenderla attraverso
me. Voleva che io aprissi il suo punto di passaggio.
Il
tenente Sandro Pezzinoti entro' nel locale e si fece indicare chi fosse
l'uomo che aveva ucciso il barista e che, a quanto gli avevano detto,
sembrava essere in chissa' quale stato di trance o shock. Gli avevano
riferito che si trattava dell'architetto Pietro Reis, ma questo nome non
gli aveva comunicato nulla. Non appena fu davanti a Pietro si presento'.
-Lei e' il signor Pietro Reis?
Pietro aveva tenuto il capo chinato e le palpebre serrate in tutto quel
tempo senza nemmeno accorgersene. Alla domanda del tenente, alzo' lo
sguardo e avverti' una terribile fitta sul retro della nuca. Dopo la
fitta dietro al capo arrivo' un leggero dolore agli occhi e una forte
contrazione all'addome, e fu in quel'istante che l'architetto comprese
il proprio ruolo; capi' che questi sarebbero stati solo i primi dolori
di una lunga serie di lividi, bozzi, deformazioni e spasmi. Gli occhi
gli lacrimarono, ma la sua bocca sorrideva.
-Si, sono io!-, disse. Non intendeva affermare: "Sono io
l'architetto" o "Sono io l'assassino!" o "Sono io
Pietro Reis", ma tutt'altra cosa; questo pero', il tenente Sandro
Pezzinotti, non poteva saperlo.
Nunzio
Fiore (di
Milano)
Profilo
dell'autore
Sono
nato a Milano nel '77. Adoro scrivere da che ho imparato a leggere.
Sento che scrivere e vivere possono essere considerati sinonimi; e' per
questo motivo che scrivo, e' per questo motivo che vivo.