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Pubblicazione delle vostre opere

Nunzio Cocivera

nunziococivera@tiscalinet.it

Racconti


 

L'avrei intagliata

 


Con il passare degli anni l'unica cosa che lei ancora ammirava di me era il mio lavoro di intarsio e di intaglio.

Era a pochi passi da me e ammirava "l'ultima cena" che stavo intagliando su una tavola di ciliegio africano. Mi guardava con una certa ammirazione, ma non l'uomo bensì l'artista.

Erano trascorsi sette lunghi anni da quel dì nel quale mi scelse come sua vittima, ma almeno da quattro ci univa solo "il sesso", un sesso-amore che mi teneva legato a lei come prigioniero di un sentimento tra l'odio e l'amore.

Aveva un corpo scultoreo, trasudava sesso a vista d'occhio, sembrava dicesse "prendetemi". Ma non riuscivo ad allontanarla da me, ero vittima dei suoi tradimenti sfrontati e sfoggiati, vittima senza dignità, umiliato, esiliato e rimpatriato tra le sue cosce agognate; ero come schiavo, come burattino del quale lei muoveva i fili a suo piacimento.
A volte mi scioglievo in un pianto, quando mi diceva ti "pianto", e gli restavo accanto, perché l'amavo tanto!

I nostri discorsi erano ormai formali, solo dialoghi fatti di sì e di no e su argomenti occasionali.

"Sei bravo", mi disse, "quei personaggi sembra che parlino!"
Era sincera lo sapevo, l'unica cosa che amava ancora di me era il mio lavoro.
Spronato dal suoi approcci di dialogo e dei complimenti ricevuti, abbozzai un dialogo sull'argomento del momento e dissi: "certo che questa epidemia della mucca pazza sta buttando alle ortiche intere aziende, e i lavoratori del settore."
"Sei il solito ignorante" replicò lei , "il termine epidemia si può usare quando si parla di infezioni e patologie umane, per gli animali si usa il termine epizozia, ma tu sei il solito "ZOION" e se vuoi sapere cosa significa ti informo che vuol dire animale vivente, in pratica ciò che sei."

Giuro, l'avrei intagliata o meglio intarsiata, incastrando in lei un cuore più buono, una mente più umile e sentimenti come rispetto, affetto, amore, cose mai esistite dentro di lei.

A volte cresceva dentro me un'angoscia che mi buttava nella disillusione più nera perché vivevo con lei, prendendo i suoi scarti, i pochi attimi di sesso che mi donava; e quando lo faceva mi portava così in basso fino ad annullare l'uomo fisico e morale: in quei momenti aveva tutto di me, anima e corpo.
Perché mi faceva quell'effetto? Perché pur avendolo pensato e detto varie volte non avevo il coraggio di andare fino in fondo e di partire per chissà dove, basta che sia lontano da lei?

Mormorò ancora varie cose; dentro di me cresceva una strana rabbia, alzai il braccio con impeto e la colpii; nell'attimo finale, prima di vibrare il colpo decisivo di martello, provai paura, paura di farle del male.
Emise solo un lieve gemito e si accasciò sul pavimento. I suoi lunghi capelli le coprivano il viso, il suo dolce viso di fata. Scostai piano i capelli, i suoi occhi neri erano fissi, stupiti.
Piansi per lei, recitai come Catullo una bellissima poesia, che incisi su un enorme tronco di rovere siciliano. Poi cominciai il mio grande capolavoro finale: scolpii lei.

Ero sudato e stanco, affamato da matti; per due giorni lavorai ininterrottamente per lei; e lei era lì, sublime, adagiata dentro la sua dimora, dentro quel meraviglioso tronco di rovere dei nebrodi; la baciai teneramente; poi con abbondante colla vinilica la sigillai. All'esterno la intagliai nuda come una Venere, nella parte superiore circondata da fiori e piante bellissime.

Col muletto portai quel tronco all'ingresso del capannone, lo issai, lei era lì, bellissima come un bronzo di Riace, solo che era di rovere siciliano.
Poi mangiai i suoi pesci rossi, unici esseri viventi che amava, bevvi l'acqua, ed ero come "liberato",  feci un bel falò con le sue cose; infine sfinito l'ammiravo, sembrava parlarmi, ma non favellò, la insultai, mi sfogai dissi cose mai dette; ero felice e triste insieme.

Ricevetti molte offerte per anni, per quel mio capolavoro; tutti potevano ammirarla, ma nessuno poté più averla: ormai era solo mia e per sempre.

I suoi amici, amanti, vennero ad informarsi, a cercarla, ma lei era partita, chissà con quale amante e chissà per dove.


 

In TIR per VIA OBERDAN

 

 

Parcheggiai il tir e mi avviai sul viale.

Volevo rivederla, era passato un anno e l’avevo ancora dentro di me!

Anche dirle solo un ciao, stringerle la mano…

Finché la intravidi tra la folla stretta a lui: la bambina saltellava davanti a loro imbrattata di gelato; lei era felice, sprizzava gioia… mi nascosi.

Mi passarono a fianco: erano felici, si vedeva. Perché turbarli con i ricordi?

Come un lampo mi torna in mente tutta la storia.

 

Ero entrato sulla Via Oberdan con il mio tir di computer usati, una mano sul volante, l’altra alla cordicella delle trombe; un occhio alla strada, l’altro alla banchina. Come un setter da caccia punta la preda, così la puntai in lontananza, pronto ad un suono prolungato di compiacimento per essere in regola come un vero camionista. La sagoma si faceva più nitida avvicinandomi: era una bella donna. Una Fiesta mi precedeva a cento metri circa, lei fece una brusca mossa come a volersi buttare sotto; poi notò il tir e si fermò.

Scalai una marcia e rallentai. Guardavo più il corpo, ma cercavo il suo viso, avevo un sesto senso per queste cose: era una maschera di pianto. Misi il piede sul freno e mi preparai a scansarla!

Lei ci provò: batté solo la faccia sul cofano e si procurò una lieve ferita ad un labbro.

Ci ritrovammo dentro un bar, la tempestai di domande… non ricevetti risposte.

Infine, dopo essersi sfogata in un lungo pianto, sembrò più calma.

- “ Devo andare “ - dissi, “davvero non vuoi dirmi perché volevi far diventare il mio tir assassino?”

Non rispose.

- “ Posso andare tranquillo o aspetti il prossimo tir?”

- “Non ho dove andare” - disse, “portami con te!”

 

Ormai erano giorni che viveva sul divano a casa mia. Casa mia?

Un porcile, prima di lei. La rimise a nuovo, teneva casa come una reggia, e mi puliva ed accudiva come un marito, solo che col marito si scopa! Con me nisba!

Che paradossale situazione: se ci provavo piangeva, se si parlava di tutto si riusciva ad avere un dialogo piacevole e allegro, finché cercavo di sapere di più di lei… tagliava ogni discorso lì!

Ci mise sedici giorni per passare dal divano al letto. Si concesse a me, senza sesso né amore, forse per gratitudine, ma averla tra le mie braccia, solo dormire con lei era piacevole.

Era dolcissima: si concedeva senza slanci né varianti; non si faceva sesso, non la sentii mai veramente mia.

Non prese mai l’iniziativa, neanche per un bacio: se ci provavo ci stava… solo ci stava!

 

Erano due lunghi mesi che viveva con me e mi prese la curiosità di sapere chi fosse, che faceva? Dove andava quando io ero via?

Certo, usciva a far la spesa e poi? Presi tre giorni di ferie e la pedinai.

Prendeva l’autobus e andava alla scuola Oberdan a guardare i bambini.

Quando avemmo il primo rapporto chiesi… e lei disse “vai tranquillo, non posso avere figli, sono sterile”. Ama così tanto i bambini che viene a vedere i figli che non ha avuto?

Ma perché lì? Dopotutto vicino casa mia c’era un’altra scuola!

Non trovai altro: su tre giorni andò due giorni alla scuola Oberdan.

Un nipote?

Credo che non avrei avuto risposta. Inutile chiedere.

Finché arrivò quel pomeriggio che l’avrei avuta e persa!

Ero sfinito, svuotato, arrivai alle cinque a casa ed ero uno straccio; sere così, quando ero solo, mi buttavo sul letto vestito e senza lavarmi. Mi accolse sulla porta e mi baciò.

- “Sei stanco, si vede”.

Entrai nella doccia, non avevo la forza di lavarmi, ma dovevo farlo.

Lei mi stupì: mi seguì sotto la doccia, poi sul pavimento, infine sul letto; finalmente era mia!

L’avevo avuta con slancio, con gioia. Ero felice, nessuna stanchezza; mi sentivo un leone.

- “Preparati” - le dissi. “Fatti bella, mi riposo un’ora poi si esce.”

Mille pensieri e progetti mi ruotavano in mente: sarei passato a comprarle un anello, poi l’avrei portata nel miglior ristorante.

 

Uscii con lei. Sul viale mi diressi deciso verso la g ioelleria.

Sulla porta usciva un uomo con una bambina. La bimba urlò: “Mamma, mamma! Finalmente!”

Le saltò al collo baciandola e bagnandola di lacrime. Anche lei piangeva.

Quell’uomo restò fermo a 4-5 metri, muto; aveva un grosso cerotto sulla fronte.

Io ero scioccato.

-         “Mamma, ti abbiamo cercato tanto, sai. Mi sei mancata tanto, e anche a papà.
Quella è andata via già da un mese e papà non dice più che era lei la mia mamma.. sei tu la mia mamma! Solo tu! Sai, quando io piangevo lui mi sgridava quando c’era lei, ora piange con me! Ieri notte, sai, lui dormiva, io no: pensavo a te e l’ho svegliato e gli ho detto che ti rivolevo a casa. Ha detto che non sapeva dov’eri, non sapeva se lo volevi perdonare e se mai ti trovava! Poi ha picchiato la fronte sul pilastro della cucina si è fatto una bella ferita.”

 

Poi la bambina mi vide.

-         “Lui chi è mamma?”

-         “Si è preso cura di me in questi mesi, un uomo d’oro.”

-         “Sei alto, sei ?! La mamma è più bella di prima, grazie!
Mi prendi in braccio, voglio darti un bacio. Papà ha comprato un anello da regalare a mamma per farsi perdonare. Grazie per averla riportata da noi!

-         “Tu sei sua figlia?” – L’unica domanda che riuscii a fare.

-         “Certo, lo sono. Mi hanno adottata quattro anni fa…”

 

Il tir riparte piano, attraversa Via Oberdan, lasciando una famiglia felice.

Il tir è triste, prosegue lento verso altre vie… altre storie…

 


Cenni biografici

 

Nunzio Cocivera autore teatrale.

 

Nasce a Librizzi (Messina) il 30/ 06/ 55. Iscritto alla SIAE dal 1991 settore DOR  e Musica è autore della parte letteraria.

Cabarettista attore. Scrive racconti commedie romanzi.

Vincitore nel 1999 del premio Nazionale L. Capuana 1° premio per la sezione in Vernacolo con la commedia “Il Panettiere Paninaro”. Dal 1986 ha curato le sue dodici commedie in Vernacolo Siciliano e sono state tutte rappresentate con successo.

E’ passato poi a curare testi in lingua come “La Colpa D’invecchiare” portata nelle piazze siciliane con successo nell’estate 2000. Quest’ultima è basata sul tema sociale dei vecchi in chiave comica, il testo esiste in lingua e in Vernacolo.

E’ passato da qualche anno alla commedia per le scuole come “Valori Persi” e “Processo All’Uomo”.

Hanno parlato di lui e delle sue opere i quotidiani La Sicilia, La Gazzetta del Sud, Il Giornale di Sicilia, La Repubblica etc.

Le commedie possono essere richieste all’autore. Oppure nel sito.

Nunzio Cocivera C.A.P. 98050 n° 20 Tonnarella (ME) Italia

“Valori Persi” e “Processo All’Uomo” esistono anche in spagnolo

e in inglese.

 

www.ilteatrodicocivera.org  

 

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