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Pubblicazione delle vostre opere

Daniela Romano

daniela.romano01@libero.it


I MIEI 16 ANNI

  

Eccomi qua a scrivere il libro della mia vita. Lo so alla mia età sembra un po’ una buffonata, in fondo questo potrebbe essere più il libro della mia adolescenza, perché in fondo in fondo ho solo 16 anni e non è che abbia visto tanto della vita. Si penso proprio che chiamerò questo libro: “I miei sedici anni”.

 

Ho percorso i primi gradini di quella scala che ci conduce ad una meta, che in realtà è solo il nostro fine o il nostro scopo terreno, perché noi siamo uomini che credono in Dio e che non si possono fermare a diventare un chirurgo di successo o un prestigioso avvocato, ma che devono trovare la pace interiore, che devono cercare di risollevare questo mondo che forse, da un pò di tempo a questa parte, sta colando un po’ a picco. Io vedo molti dei miei simili muoversi come dei cloni che fanno tutti le stesse cose, che “vivono” secondo un modello di vita dettato dalla società, che inseguono, non le loro aspettative ma quelle di un mondo che chiede sempre di più. Penso che ridursi ad essere un'altra persona sia qualcosa di veramente orribile. Alla mia età si ha voglia di evadere, di sfuggire, di capire chi si è veramente.

 

Credo sia giusto avere degli amici, tanti amici, ma si può amare tutti ed essere amati da tutti? Non lo so, non penso che questo sia possibile.

 

Le amicizie brevi per me sono le migliori perché le più intense, ma non si può vivere di sogni effimeri! A volte si sente il bisogno di attaccarsi a qualcosa di solido e duraturo, qualcosa per cui sei disposta a dare col cuore, senza neanche sperare che ti venga data qualcosa in cambio.

 

Ho sempre pensato che aspirare ad un futuro prosperoso e ricco di aspettative sia una cosa molto bella, a patto però che non rimanga solo un sogno e che non si spenga alla prima luce dell’alba. Guardare avanti anche quando tutto ti sembra non aver più alcun senso, per la perdita di un affetto caro o per qualcosa di pari intensità, è difficile, ma possibile. Se alla terra strappano il suo fiore, la terra piange e il fiore muore e allora è stato tutto inutile. Ma come fermare l’ardente desiderio di guardare una cosa bella, di ammirarla, di desiderarla il più possibile e di tenerla fra le proprie mani? Ed è così anche per la vita, lei va avanti senza chiederci aiuto, senza aspettare che noi ci riprendiamo, va avanti, avanti, tanto da scuoterci, tanto, a volte da farci reprimere tutto troppo in fretta. Se non si vive intensamente ogni attimo della propria vita, si arriverà al punto in cui si capirà di non aver vissuto, e allora dentro di noi sarà il buio totale, lo sconforto più assoluto, sarà come trovarsi in pieno deserto, soli completamente soli. Si cercherà disperatamente un appiglio, qualcosa di terreno, che ci dia anche un solo attimo di conforto, ma sarà come vagare nel nulla. Guarderemo indietro e non scorgeremo le orme dei nostri passi, perché tanto è stato il vento da cancellarle tutte. E ora sarà impossibile tornare indietro e la sofferenza dentro di noi diverrà di giorno in giorno sempre più grande.

 

A volte la vita è propria strana. Si incontrano delle persone che camminano a testa alta, senza accorgersi che sulla strada che loro stanno percorrendo c’è tanta gente che chiede aiuto. Ma loro non se ne curano e passano oltre. Io ne conobbi una. Una persona apparentemente gentile, sicura di sé, tranquilla e con una risposta sempre pronta alle tue domande. Era molto dolce e molto affabile con gli altri, per questo non era difficile affezionarsi a lei. La sicurezza che lei aveva la trasmetteva agli altri, tanto che accanto a lei ci si sentiva sicuri, non si aveva più paura di niente. Era anche abbastanza vivace, amava il pericolo e voleva sfidare a tutti i costi le follie della vita. La gente che veniva a contatto con lei, dopo poco tempo finiva a pensarla al suo stesso modo, e lei di questo ne andava fiera, riusciva a fare degli altri ciò che lei voleva. Ma non si accontentava mai. Questo era un guaio perché finiva col giocare con i sentimenti degli altri. Lei costruiva un’amicizia con una persona, così intesa da costringere quella persona a sentirsi parte di lei. Le si affezionava tanto da non poter più rinunciare a quel legame e da creare una sorte di rete protettiva. ”Tu hai fatto di me la tua migliore amica e io non permetterò a nessun altro di prendere il mio posto”. Ma lei non amava le amicizie a lungo termine e così quella gente era costretta a vederla rompere quel legame per crearne un altro, con cui in seguito avrebbe fatto la stessa cosa. È terribile, era come se lei avesse in mano uno yo-yo, con cui giocava fin quando ne aveva voglia, e poi lo buttava via come un qualcosa che non servisse più. Tante persone dopo aver sofferto, come un cane che viene abbandonato dal proprio padrone, si rassegnavano e lasciavano scorrere la propria vita nel ricordo di quell’amicizia che era impossibile dimenticare. Ma altre non sopportavano il dolore di quella perdita e trasformavano l’amore in odio, riversando tutta la loro rabbia su chi le aveva ferite nel profondo dell’anima. Era veramente squallido ciò che questo angelo (appariva così inizialmente) era capace di fare. Ma quando si sarebbe accorta che quel gioco con le vite altrui, aveva preso la sua mano, sarebbe stato troppo tardi e i rimorsi che la sua coscienza doveva affrontare, le avrebbero distrutto la vita.

 

Pensare che delle volte si fanno cose che in seguito segneranno la tua vita, non è una cosa che accade spesso. Noi la maggior parte del nostro tempo la passiamo a fare cose che ci vengono dettate dall’istinto, senza pensare alle conseguenze. Si pensa alle conseguenze, solo nel momento in cui si fa qualcosa di proibito e allora si sa che si sta vietando una legge e ci si sente nudi, proprio come Adamo ed Eva quando mangiarono il frutto proibito. Nell’estate del 1998, lessi un libro, senza sapere però che quelle duecento pagine avrebbero dato una svolta decisiva al mio modo di essere e di pensare. All’inizio leggerlo era interessante, ma di un interesse celato dalla noia, anche perché tutte quelle date, tutti quei nomi complicati, davano alla testa. Andando avanti però, quel libro diveniva sempre più crudo, più freddo, più orribile. Il post-libro fu disastroso! Per più di una settimana provavo disgusto per il cibo, rifiutavo tutto ciò che è normale per una ragazza della mia età e chiusi intorno a me una specie di guscio. Non volevo parlare con nessuno, perché il confrontare col mondo esterno ciò che stavo provando, mi faceva paura. Stavo crescendo era questo che mi spaventava. Quel libro scritto perché i giovani sapessero, perché la storia non si doveva ripetere, mi aveva letteralmente scosso, perché era servito da trampolino di lancio tra la mia gioventù e la mia grande scala per diventare adulta. In quell’attimo avevo capito che le cose che fino allora sembravano soddisfare le mie richieste alla vita, ora non mi bastavano più. Non avevo più bisogno solo delle cose materiali, la mia mente cercava disperatamente dell’altro, qualcosa che poteva realmente soddisfarmi. Stavano iniziando ad affollarsi mille domande nella mia testa che non lasciavano spazio alle altre cose, ma che cercavano insistentemente delle risposte.

 

E le risposte col tempo cominciavano a venire, ma alcune erano così troppo grandi per un esserino come me, che il comprenderle mi turbava tantissimo. Mi sentivo come una formichina che cammina su una grande terra in cerca di cibo, ma che viene schiacciata da grossi piedi che non riescono a vederla. Esser ragazza, aver la mia età, non è facile crescere ora. Il mondo, gli amici, ma non è tutto qua, è il domani che mi fa paura. Un domani che non promette bene, un domani che rischia di farci sprofondare in un vuoto assoluto. Leggo il giornale, ascolto la televisione, parlano di guerra, ma di noi, che mai sarà di noi? Non so perché, ma credo che sia anche l’impatto che noi abbiamo con la società a rendere tutto così difficile. Un impatto molto doloroso, perché avviene tra ragazzi cresciuti nell’ agio, nei vizi, cresciuti sotto una campana di vetro, dove basta schioccare le dita per avere tutto ciò che si desidera, e una società che sta andando a rotoli, che capisce sempre di meno le esigenze di un modo che muore di fame, che pensa solo a se stessa. E allora ecco che si brancola nel buio, senza capire chi si è veramente. Si conta sulla nuova generazione, ma poi quella passa senza lasciare traccia e allora…… si va avanti così alla ricerca di qualcuno che un giorno dia a questo mondo una speranza di vita.

 

Nella vita delle volte si rischia seriamente di cadere molto in basso. Gente che va, gente che viene, ma nessuno che vive veramente. Uomini che pensano solo ai propri interessi, alle proprie necessità, che non vogliono capire che la felicità non si raggiunge gonfiando se stessi e costringendo gli altri a divenire sempre più piccoli. Sognare un mondo senza più violenza in cui ognuno dà la mano al proprio vicino e lo aiuta a superare le difficoltà, lo aiuta a vivere, in cui ognuno vive sulle basi dell’amore è veramente una preghiera. Apriamo gli occhi davanti a tutto questo, leviamo quella benda che ci rende ciechi, vuoti, soli, eternamente soli. Basta niente per cambiare il mondo, basta un sorriso che viene dal cuore per rendere felice un cuore che conosce solo le lacrime. Non perdiamo di vista i valori veri, quelli che ci danno la gioia pura che nessun altro ci sa dare. A cosa ci serve la vita se non la viviamo. Ma vivere non vuole dire fare pazzie, non vuol dire diventare missionari, non vuole dire farsi prete o suora. Vivere vuol dire cogliere un fiore è assaporare intensamente ogni attimo del suo profumo, vivere vuol dire guardare dentro gli occhi di una persona qualunque e comprenderla, senza dirle nulla, senza usare parole, per aiutarla possiamo solo soffrire in silenzio con lei. Perché se un nostro fratello soffre, noi dobbiamo soffrire con lui, perché se un uomo piange noi dobbiamo asciugare le sue lacrime senza che lui se ne accorga, senza che lui ce lo chieda. “Da come vi amerete vi riconosceranno”. È la legge di Dio, nessuno può sottrarsi ad essa.

 

Se la gente usasse il cuore… e… se la gente lo usasse anche per cogliere i messaggi dei cantanti, se lo usasse per ascoltare il canto del mare, se lo usasse per guardare negli occhi degli altri, allora sì, allora si arriverebbe davvero alla pace nel mondo, si troverebbe un equilibrio dentro di noi. È così un uomo potrà finalmente dire: “ Ho vissuto la mia vita “. 

 

L’ignoranza è una delle cose che rende l’uomo: NIENTE!! Che cos’è un uomo senza la capacità di difendersi, di ribattere, di capire ciò che l’altro dice? Che cos’è un uomo che non sa amare perché non conosce ciò che si ama? Domande che fanno chiaramente capire che se non si conosce, ci si ferma lì, ad un limite che il “niente” non può superare. L’essere ignorante impoverisce l’uomo perché lo rende privo della capacità di circolare in un ambiente, in cui o sai, o non vivi. Si può ancora comprendere chi ignora completamente un qualcosa perché nessuno si è mai preoccupata di insegnargliela, ma non si può giustificare chi sceglie di vivere da ignorante. Nel mondo di oggi tutti studiano, frequentano chissà quali corsi, leggono ogni tipo di riviste per cancellare questa forma di handicap che vive in ognuno di noi. Ma l’uomo che si offende nel sentirsi dire che è un ignorante per quanto riguarda determinate questioni, allora lo è sul serio. Bisogna accettare i propri limiti, ma soprattutto bisogna capire che si rimarrà ignoranti fino alla morte. Nessuno in tutta la vita può conoscere tutto, raggiungerebbe la perfezione, e be l’uomo è fatto per aspirare alla perfezione ma non per raggiungerla. Stiamo attenti a questo, perché se un uomo non è consapevole di ciò, vivrà una vita alquanto difficile. Si deve lottare con tutte le proprie forze per aspirare a raggiungere un obiettivo che ci si prefigge, ma si deve essere pienamente consapevoli che nella vita non si smette mai di imparare. È bene però che noi non ci fermiamo alla mediocrità, altrimenti dove sarebbe la sfida con noi stessi? E forse l’uomo che pone un limite alle proprie capacità?

 Daniela Romano

Limbadi (Vibo Valentia), 7/2/2007



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