LA
MORTE DELL'ETERE
I
due fisici Michelson e Morley, nel 1887, hanno messo fine alla disputa
di
secoli tra "spazio vuoto" e "spazio pieno" facendo
un esperimento che durò
mezz'ora, tempo nel quale si decretò che la luce viaggiava a velocità
invariata quindi non c'era nessun mezzo che interferiva. Con tale
inequivocabile sentenza scientifica si dette inizio all'era dello
spazio
vuoto, da cui il "newtoniano" Albert Einstein, il quale
sostiene con la sua
teoria della relatività (1905) che l'etere non esiste. Con la morte
dell'Etere si aprì una nuova ipotesi sull'origine dell'universo che
oggi
viene riconosciuta da tutta la Scienza Ufficiale ossia che c'è stata
una
grandissima esplosione, "big bang", che ha generato
galassie, soli, pianeti,
e vita. L'uomo di Scienza, quindi, contraddicendo se stesso prima fa
morire
la matrice universale, poi da questa inesistente matrice fa nascere,
in un
punto ipotetico nel vuoto assoluto, l'universo materiale in cui egli
è la
parte più importante; unica specie conosciuta che indaga se stessa e
l'universo da cui è nata. L'universo così trova la sua spiegazione
da un
evento cosmico di cui nessuno può verificare la veridicità poiché
non
riproducibile in laboratorio.Con tale premessa come può la scienza
affermare
un qualcosa senza averne le prove? Io credo che la morte dell'etere
sia
stato un evento catastrofico perché una delle premesse
dell'esperimento di
Michelson-Morley era costituita dall'assunzione che l'etere si trova
in
stato di quiete; di conseguenza la terra si muove attraverso un etere
stazionario. Tale assunzione ha fatto si che si ritenesse lo spazio
immobile
rispetto la terra, così la terra era come una palla di gomma che
oscilla
sull'acqua stagnante; ritenere l'etere con questa premessa non poteva
che
essere fatale per la sua comprensione, poiché l'etere va visto come
energia
priva di massa, di cui la "luce" non si muove affatto, ma è
un effetto
locale della radiazione luminosa dell'etere. Una simile asserzione
potrà
sembrare assurda per un astrofisico, ma non mai tanto assurda da far
nascere
un universo dal nulla, poiché tutto diventerebbe più comprensibile
di facile
lettura, far nascere galassie, da vortici rotanti come uragani, giacché
come
mai se si guarda un uragano assomiglia a una galassia?
Come mai guardando un nodo nel legno assomiglia a una galassia? Come
mai
tutto in natura e simmetrico; ossia quello che è a destra è anche a
sinistra? Ho chiesto alla Scienza di spiegare perché abbiamo due
occhi, e
gli scienziati non hanno saputo rispondere, quindi la simmetria deve
avere
in sé la chiave per capire l'origine dell'universo stesso, basti
guardare le
nostre impronte digitali, se si osservano attentamente, e
sovrapponendo la
parte destra con quella sinistra si avrà il disegno di una galassia a
spirale. Naturalmente per lo scienziato del "big bang"
diventa pericoloso
accostare tali analogie perché si torna a un tipo di osservazione del
tipo:
il sole gira intorno alla terra e non viceversa, poiché l'effetto
ottico
soggettivo dava adito all'illusione, più che alla realtà oggettiva
poi
dimostrata. Il visibile però, se visto con attenzione, può mostrare
qualcosa
che è stato tralasciato, dal momento che si è abbandonato
l'osservazione del
visibile, come se il visibile non fosse in relazione dell'invisibile:
particelle subatomiche di cui la scienza studia così assiduamente con
il
metodo degli acceleratori per verificarne nuove prove spaccando la
materia
come fa un minatore. "L'apparenza inganna", tale
detto la scienza lo ha preso come motto per la sua ricerca, poiché la
realtà
oggettiva, che tutti possono vedere in bella mostra davanti ai propri
occhi,
non è più fondamentale perché si crede che tutto il visibile non ha
più
niente da dire. Credo che questo approccio sia stato negativo per i
fisici
perché il peggior servizio alla conoscenza e negare l'evidenza
bollandola
per eresia, per fandonia, o per fantasia. Tale atteggiamento ha
prodotto un
"dogmatismo scientifico" di un pensiero dominante che sempre
di più si sta
cristallizzando in un modello mentale a sensi unico dove non ci sarà
più
spazio alle intuizioni poiché tutto viene relegato alla logica
dominante,
tralasciando il sentire soggettivo che ha caratterizzato ogni nuova
scoperta. Credere allo "spazio vuoto" ha messo in ginocchio
la ragione
funzionale per una ragione meccanicistica della vita e dell'universo;
quest'ultima è nata dalla incapacità di sentire e poiché è nel
sentire che
poi si vede e non viceversa, così l'osservatore diventa di importanza
fondamentale per scoprire il nuovo, un nuovo che non può essere visto
se si
ha il vecchio dentro. Solo chi fa morire il vecchio modello può far
nascere
un nuovo modello, ma il nuovo modello lo si potrà vedere se
l'osservatore
sentirà prima se stesso, poiché fin dall'inizio del viaggio mentale
dell'uomo si è cercato prima di capire l'esterno, visto era
l'elemento
primario di sopravvivenza. Oggi si dovrebbe cambiare rotta, fare un
salto
evolutivo di conoscenza, perché la verità è davanti a noi, ma chi
la vede
non la sente, lo "spazio vuoto" ne è la prova tangibile di
come l'universo
che si è creato a propria immagine e somiglianza rispecchia la sua
natura
distorta che gli impedisce di sentire quello che un neonato libero
sente in
ogni suo libero pulsare, che non divide se stesso dall'universo che lo
circonda giacché egli è l'universo nato dal "buio impensato
perché
scontato", poiché è il buio che crea la luce non viceversa.
Basterebbe
guardare lo spazio per chiedere a se stessi: come mai c'è più buio
che luce?
Ma noi siamo attratti dalla luce, giacché il buio lo abbiamo
rimosso, lo
abbiamo fatto morire ma è da esso che tutto è nato per esistere, per
essere
reale per essere amore per sempre; negare questo vuol dire negare se
stessi
e vivere nel "vuoto assoluto", poiché come diceva un grande
filosofo: "Quale
è la cosa più difficile di tutte? Quella che sembra la più
facile: con gli
occhi vedere ciò che davanti agli occhi si trova".
con
cuore
Bruno Franchi
(di Genova)