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Antonio Martone Racconti: Uccelli morti Lettere d'amore Petali di rosa Il mistero del mondo Uccelli
morti
* Il
cielo era un enorme tappo di pece! Le
luci dei tanti lampioni diradavano a stento il buio e creavano chiazze
giallastre laddove si posavano. Le piazze e le strade erano livide e il
profilo dei rami degli alberi era ossuto e sinistro. La
nebbia spirava sulla città ampie boccate di umido. Tutte
le strade d’accesso fuori dal mondo erano sbarrate! Avevo
sonno ma avevo già dormito per tutto il pomeriggio. Mi feci forza e,
senza molto entusiasmo, uscii di casa…
*
Mi
immersi nelle luci sporche della città. Giunto a qualche strada di
distanza dal posto dove abitavo, vidi una giovane che conoscevo fin da
quando ero ragazzo. Sul portone di un palazzo, la donna stava parlando
con delle persone. Attirai la sua attenzione e, quando lei si rivolse a
me, compresi d’esser stato riconosciuto. Le dissi che abitavo lì
vicino e che avrei voluto farle vedere la mia casetta. Acconsentì. Mi
seguì fino a casa. Le mostrai le stanze fra cui anche quelle che non
conoscevo. Destò una certa impressione trovare alcuni uccelli morti in
una delle stanze. Era vuota: nessun arredamento, ma soltanto calcinacci
ricoperti d’uno spesso strato di polvere. E poi, quanti uccelli! Erano
incollati al suolo nelle maniere più scomposte. Qualcuno con il becco
in alto; qualcun altro con la testa nascosta sotto le ali. Lei
mostrò un po’ di disgusto nel vedere quei poveri saccottini di piume
stesi al suolo. Le dissi che avevo trovato quella casa da poco e che
ancora non m’ero reso conto dello stato in cui versava. Mi sentii
comunque molto imbarazzato. Il
mio animo divenne ancora più turbato quando m’accorsi che la sua
testa, quella bella testa piena di capelli che avevo conosciuto un
tempo, era calva fino alla nuca e che lei, per coprire e nascondere la
calvizie, aveva fatto ricorso ad una bizzarra acconciatura che però non
impediva di vedere la pelle del suo cranio lucida e in piena evidenza. Un uomo ci aveva seguito ed era ormai insieme a noi. Si trattava di un personaggio che parlava una lingua incomprensibile: uno stretto dialetto di non so quale provincia gli si agitava nella bocca. Parlava continuamente fra i denti. Avevo cercato di intendere qualcosa ma non c’ero riuscito. Chiesi alla mia compagna se lo conoscesse. Mi rispose che si trattava di un suo lontano parente. La sua presenza mi pesava. Lo percepivo come un intruso. Non saprei dire perché, ma mi sembrava una minaccia. Per fortuna, decise di andarsene. S’era comportato come se l’avesse voluta accompagnare fino a me e, una volta adempiuta la sua missione, come se si sentisse legittimato a tornare indietro. Bofonchiò alcuni suoni e uscì nel corridoio: fui un po’ rassicurato. Non m’ero mai accorto che quel corridoio fosse tanto lungo. Che strana sensazione: com’era possibile che neanche lì, a casa mia, fossi tanto inquieto? Ad un tratto, lei cominciò a togliersi i vestiti. Vidi i seni liberarsi dalla stoffa che li proteggeva. Li vidi riversarsi sul petto: una massa generosa di carne invase la stanza. Due grossi capezzoli scuri fecero la loro imponente apparizione. Lei si sedette a terra incurante del fatto che, in quel luogo così povero, non vi fosse neppure un letto. Lo spettacolo era bello ed eccitante ma il desiderio, pur presente, non era forte: ciò era davvero curioso! Così, lo sguardo non rimase sul corpo della mia amica e cominciò a ruotare intorno. Guardai meglio la stanza e mi chiesi come mai non avessi notato prima che la parete esterna della casa era costituita, invece che da un muro in mattoni, da una grande lastra di vetro. Spinsi gli occhi sui palazzi. Accanto e di fronte al mio appartamento vi erano, ovviamente, molti altri appartamenti. Si poteva allungare lo sguardo e vedere le persone agitarsi nella loro attività quotidiana. Qualcuno scriveva, qualcun altro leggeva. C’erano perfino degli uffici dove impiegati in giacca e cravatta ricevevano clienti vestiti nella stessa maniera. Ciò che mi colpiva in particolare in quella gente era l’espressione del viso: rigida, quasi immobile. Sembrava s’aspettassero qualcosa da un momento all’altro; come se avessero una preoccupazione nell’anima che non permetteva loro di dedicarsi integralmente alle occupazioni quotidiane. In un appartamento poco sopra il mio, scorsi uno studio da dentista: un paziente era appollaiato sulla sedia e il medico, aiutandosi con una grossa fonte di luce, gli conficcava in bocca un gigantesco arnese di metallo. In un altro appartamento, una donna in bagno era seminuda e riversa nella vasca da bagno. Aveva in mano un oggetto che lasciava scivolare sulla parte bassa del corpo. Mentre la guardavo, si trovava posizionata di fronte a me: aveva una gamba appoggiata nella vasca e l’altra sollevata in alto. L’oggetto che aveva in mano attraversava, con attenzione e pazienza estrema, l’intera superficie della sua lunghissima gamba. Le mutandine erano bianche e contrastavano con lo scuro intenso che s’intravedeva ai lati di esse. Certo, era assai curioso sbirciare nelle case degli altri: a volte era grottesco, a volte era divertente vederli muovere senza udire la voce. Sembravano figure irreali. I movimenti del corpo mi ricordavano quelli dei film muti più riusciti. Spinsi ancora in giro lo sguardo e continuai a curiosare qualche istante: le luci degli appartamenti mi attraevano in maniera irresistibile. Nella
stanza, tuttavia, non ero solo. Dentro di me, era rimasta viva e
pulsante la presenza dei seni abbondanti e della testa calva di quella
mia amica. Ero immobile alla finestra quando lei - che intanto doveva
aver tolto completamente i vestiti dal suo corpo -
mi si avvicinò con un lieve fruscio. Sentii le sue braccia e il
petto nudo prendermi da dietro ed avvolgermi la schiena di un tepore
languido. I seni spingevano il loro turgore fino a trasmettermi un
calore denso. Senza voltarmi, allungai la mano e le accarezzai
delicatamente la pancia. La spinsi poi a divaricare leggermente le
gambe. Le pizzicai la pelle tenerissima dell’interno delle cosce,
andando poi a cogliere con la mano i brividi che si effondevano dal suo
sesso ricolmo di già umidi peli. In
un appartamento accanto al mio si vedeva distintamente una donna in
mutandine rosa. Era nuda dalla vita in su e si muoveva nella stanza
insieme ai suoi piccoli seni puntuti che le danzavano freneticamente sul
petto. Aveva un libro in mano e i capelli bagnati. Forse era uscita da
poco dalla doccia. La
mia compagna, che non ricordo come si chiamasse, cominciò a togliermi i
vestiti. Ben presto, rimasi nudo anch’io ma ero ben lontano dal
sentirmi a mio agio, anche perché non potevo né sedermi su una sedia,
né mettermi a letto. Inoltre, non potevo sopportare l’idea che i miei
vestiti fossero stati scagliati per terra, alla rinfusa, accanto alle
carcasse degli uccelli morti: temevo che potessero infettarsi e che, in
particolare, non potessi più indossare i boxer che erano finiti proprio
sopra una di esse. Lei
prese dalla borsetta un profilattico. Era però già aperto e usato. Lo
vidi in tutta la sua lunghezza e la sua punta era gonfia di un liquido
rossastro che poteva anche essere sangue.
Corsi via! Nudo. Mi allontanai il più possibile da quella casa. Non m’importava che non avessi più un alloggio. L’unica cosa che m’importasse in quel momento era d’andarmene via! Quando fui in strada, cercai di non farmi scorgere da nessuno: non fu possibile, poiché la strada non era deserta. M’accorsi, tuttavia, che, pur vedendomi nudo, nessuno mostrava turbamento o disgusto. Faceva freddo. Fui costretto a ricoprirmi con dei vestiti che trovai appallottolati dentro un cassonetto della spazzatura.
*
Vagai
per diversi giorni. Avevo
bisogno di soldi. Non mi fu difficile procurarmeli: un ometto trafelato
e chiacchierone mi disse che avrei potuto guadagnarne se avessi imparato
a memoria alcune considerazioni circa un prodotto o un partito politico
– non ricordo bene –, e le avessi recitate davanti ad una telecamera
che mi riprendeva. Mi dissero che la cosa più importante era di
sorridere e di sembrare felice. Mi sforzai. Nessuno s’accorse di
niente. Avevo
fame. Con il denaro guadagnato, potevo mangiare. Vidi delle grandi
insegne che invitavano ad entrare. Fuori c’erano delle persone vestite
da camerieri che accoglievano i clienti. Anche loro sembrava avessero
fame. Sembrava fossero anzi più affamati di me, ma questo mi parve
subito strano dal momento che lavoravano in un luogo dove si mangiava.
In ogni caso, non stetti tanto a pensarci e, mentre loro mi facevano
strada, entrai in un grande capannone affollatissimo di gente. Era gente
strana. Ridevano tutti e tutti si agitavano come invasati. Non si poteva
parlare poiché c’era una musica assordante che copriva perfino il
suono della propria voce. Eppure, la gente parlava. Urlava cose
incomprensibili. Non riuscivo ad intendere niente di ciò che veniva
detto. Ma, in fondo, neppure m’interessava. Avevo fame: ecco tutto! Nei
buffets del capannone c’era roba di ogni tipo: colori ultravivaci
arricchivano quel posto e amplificavano il rumore che s’agitava
nell’aria. Mi portarono una pietanza. Protestai dicendo che non avevo
ancora ordinato, ma mi risposero che non c’era niente da ordinare.
Replicai osservando che avevo visto cose diverse l’una dall’altra e
che avrei avuto, quindi, il diritto di scegliere. Mi chiesero se fossi
della città. Dissi di sì e allora ribatterono con un tono piuttosto
infastidito che avrei dovuto sapere che gli alimenti, anche se
sembravano diversi, erano in realtà prodotti nello stesso
eccellentissimo modo. Queste osservazioni mi parvero convincenti. Chiesi
scusa mentre provavo a spiegare che le mie domande sciocche derivavano
dal fatto che non mi sentivo molto bene. Mi guardarono senza rispondere
poiché, a causa della musica, non sentirono quello che avevo detto.
Pensai che fosse meglio così: in fondo, avevo detto qualcosa di molto
patetico. Mentre
mangiavo, scorsi una gran massa di camerieri in camice bianco che
entravano e uscivano dalle cucine. Sembrava che avessero molto da fare
per raccogliere, in sacchi di plastica neri, enormi quantità di uccelli
morti che si trovavano nel locale. La
cosa più curiosa accadde però all’uscita: nel prendere il denaro per
pagare, estrassi dalle tasche un pacco freddo di piume appiccicose. Gli
uccelli morti erano anche nelle mie tasche! Ma come potevano esserci?
Chi ce li aveva messi? Come c’erano andati a finire? Ricordavo bene
che, quando avevo indossato il mio vestito, avevo frugato a lungo
all’interno dei pantaloni e non avevo trovato niente. Dato
che avevo appoggiato gli uccelli sul banco della cassa, inoltre, temevo
che il cameriere si spazientisse. Era lo stesso cameriere con cui avevo
avuto prima la conversazione sull’ordinazione e avevo paura che ora,
con la faccenda degli uccelli morti, fosse ormai esasperato. In questo
caso, invece, andò bene. Quando vide gli uccelli fuoriuscire dalle mie
tasche, con un sorriso amichevole, osservò che cose simili capitavano a
tutti, che era una cosa normale e che anch’io mi sarei abituato prima
o poi. Usci
e cercai una fontana per pulirmi dalle penne che s’erano incollate
alle mie mani. Prima di allora, non avevo mai notato con quanta forza le
penne d’uccello s’appiccichino alle mani. Ripresi
a camminare quasi senza interruzione.
*
Mi
ritrovai in un quartiere che non ricordavo. M’accorsi però che, in
quel luogo, ero ben conosciuto. Alcuni ragazzi stavano appassionatamente
discutendo dell’organizzazione di qualcosa di losco o che, almeno a
me, tale sembrava. Appena mi videro, mi riconobbero e, con grida feroci,
dissero che qualcuno doveva occuparsi di mandarmi via. Non ci fu bisogno
di tanto. Me ne andai da solo. Continuai
a camminare. Anche la sera, anche la notte, non facevo altro che
camminare. Dormivo solo qualche ora, sotto i ponti costruiti sul fiume
che solcava quella città. L’acqua era torbida e limacciosa. Sulla
superficie galleggiavano sgangherati pezzi di plastica, mentre una fitta
coltre di schiuma da detersivi copriva ed imbiancava molti rifiuti
organici. Le
strade che costeggiavano il fiume erano disseminate di uccelli morti.
Non si poteva più camminare senza pestarne qualcuno. Il loro odore
nauseabondo si effondeva in ogni dove e raggiungeva anche i quartieri
bene. All’angolo
di una strada c’erano, scaraventate disordinatamente a terra, alcune
grosse casse di libri; qualche libreria del posto s’era liberata del
materiale superfluo. Accanto al cassonetto, un bambino
sguazzava fra i grossi volumi alla ricerca forse di qualche libro
di favole o di fumetti. Aveva un viso imbronciato e il suo grosso casco
di capelli bruni nascondeva tratti del volto che avevano qualcosa più
dell’uomo che del bambino. Si avvicinò di corsa un tizio che sembrano
un po’ ubriaco. Prese ad intimare al bambino di andarsene. Con fare
molto concitato e deciso, affermò che non si doveva guardare nella
spazzatura poiché, se lo si fosse fatto, si sarebbe corso il rischio di
prendersi delle brutte malattie. Il ragazzino sembrava non ascoltarlo
mentre continuava la sua meticolosa ricerca. Ritornai
a guardare le case. Ci doveva essere stata una vera e propria
rivoluzione architetturale: i palazzi avevano una facciata di vetro
trasparente e gli interni ormai apparivano esterni. Come mai non m’ero
accorto di un cambiamento così importante? Il volto della città era
cambiato radicalmente! In fondo, era la mia città, la città nella
quale ero nato e in cui s’era svolta tutta la mia vita: perché non
avevo allora seguito più attentamente il cambiamento nelle abitudini
degli abitanti? Era avvenuto così rapidamente da cogliermi del tutto di
sorpresa? Mi
chiedevo se anche nelle case dei quartieri più eleganti ci fossero
degli uccelli morti; forse anche lì entravano dalle finestre già
moribondi e poi s’afflosciavano sul pavimento con un ultimo
cinguettio; forse anche i colori delicati dei tappeti che immaginavo in
quelle belle case erano sporcati dal grigio delle piume. Mi ponevo tante
domande. Sempre più raramente comunque. In fondo, la questione non mi
riguardava. Ormai,
non osservavo più l’interno delle case. La loro luce mi faceva star
male ed io non potevo permettermi, allora come non mai, di stare male. Ci volle molto per farmi prendere la decisione: decisi di ritornare a casa. Dovetti però camminare molto per raggiungerla. Mentre salivo le scale, mi chiedevo se la donna ch’era con me il giorno in cui ero andato via fosse ancora in casa.
*
L’appartamento
era vuoto. Deserto. Mi trincerai nell’unica stanza abitabile. Ero
stanchissimo. Stavo per mettermi a dormire quando fui attirato da alcuni
gemiti provenienti da fuori. L’amica che quel giorno avevo lasciato
nel mio appartamento, era insieme a quella donna in mutandine e con i
capelli bagnati che avevo visto quella sera stessa. Stavano facendo
l’amore. La luce della loro stanza era intensa e vidi la gente sui
balconi o seduta comodamente sul divano di casa a guardarle. I volti
delle persone erano fissi: non stupiti, né sorpresi e ancor meno
eccitati, ma fissi ed intensi. Più che altro, sembravano ossessionati
da quello spettacolo. Già
da molti giorni, non mi sentivo bene. Il mio umore, tuttavia, ebbe la
forza di peggiorare: mi sentii sopraffatto da un insopportabile senso di
disgusto e di spossatezza! Chiusi tutte le camere. Misi un enorme mobile
davanti alla porta della stanza con gli uccelli morti. La sprangai! Andai
a dormire. Fu un sonno inquieto. Un sonno accompagnato dal cicaleccio
ostinato di un televisore che urlava incessantemente i suoi programmi.
Mentre dormivo, sentivo distintamente le voci dell’apparecchio
entrarmi nelle orecchie e nella mente. A volte, ascoltavo notizie e
storie che poi continuavo a svolgere dentro di me. Qualche volta,
arrivavo perfino a sognarle. Rimasi
a lungo in uno stanco e teso dormiveglia… (Novembre
2001) Nato a Benevento nel 1962, laureato in Scienze Politiche, autore di due libri di filosofia (Un'etica del Nulla, Liguori 2001 e Verità e Comunità in Maurice Merleau-Ponty, La città del sole, Napoli 1988), lavora come ricercatore all'Università.
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