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Antonio Martone Racconti: Lettere d'amore Petali di rosa Uccelli morti Il mistero del mondo Quel
giorno, ottobre portava ancora impressi sul volto i tratti dell’estate
passata. C’erano ancora tutte le foglie sugli alberi mentre il ventre
della campagna era pregno dei frutti di tutte le forme. I boschi, visti
dalla collina, mostravano un corpo ch’era come un groviglio di fuoco e
di sangue. Era
un mattino sereno quel giorno mentre il primo sole asciugava la terra
inumidita dalla notte. Tenui vapori si alzavano. Quegli istanti erano
dolci. Dolci e senza vento. A ricordare la vita normale, soltanto il
distinto e insistente ronzio di un’ape in cerca di fiori. Non
c’erano voci di uomini e la terra mostrava uno dei suoi vestiti
migliori. Di fronte a me, quella tarda mattina, vedevo il tuo volto: il
viso portava un sorriso che irradiava raggi più caldi del sole. Mentre
parlavi, mi sembrava che il ventre della terra parlasse; ti guardavo con
un abbandono che, dentro di me, era l’immagine stessa dell’eterno
mistero. Mi
raccontasti una storia... “Ieri,
è morto un vecchio”, dicesti, “che conoscevo da sempre. Da sempre
m’avevano parlato di lui. Lui era già vecchio, quando io sono nata, e
da allora vecchio è rimasto. Da
giovane, amava una fanciulla con lunghe trecce scure e con guance accese
di vita. Fu inviato sul mare in una terra lontana. Mentre la nave
scendeva sotto l’orizzonte, fra tanta gente e fazzoletti urlanti, i
due giovani impararono la morte che chiude la gola e annebbia la mente.
Furono attimi lunghissimi e affilati come lame che tagliano fredde la
carne. Tanti anni dovevano rimanere lontani; tanti cieli dovevano esser
solcati dal sole e tanti ciliegi sarebbero dovuti fiorire prima che il
loro viso potesse trovare riparo nel
petto dell’altro. Così, quella notte, come due bambini spauriti, nei
loro letti, s’agitavano stanchi mentre il buio della stanza pulsava di
un sole rovente che aveva l’immagine del volto più caro… Erano
giorni di un ottobre lontano. Giorni come questi. Giorni qualsiasi ma
giorni speciali! Per
anni non si videro più ma lui conservò nel cuore i tratti del volto di
lei e li difese con passione inviolata dalle insidie dei mesi e degli
anni. Non
ricordava quasi più la voce della sua cara fanciulla, ma ricordava la
dolcezza dei suoi occhi e del sorriso ricordava la luce radiosa.
Era
già trascorso del tempo, quando cominciò a sentire i sospiri di lei
che, con tono di bimba spaurita, del suo amore gli chiedeva una conferma
sincera. Sul suo cuore, irresistibile fu quella voce e quel tono di
bimba. Voleva rassicurarla. Non voleva altro che questo! Ma come fare?
Come avrebbe potuto farlo ora che era tanto lontano? Come poteva
gridarle che come sempre l’amava? Ancor più di quando s’erano
lasciati. Nelle sue giornate, allora, divenne questo il suo impegno più
grande… Così,
da quel giorno, davanti ai suoi occhi apparvero segni bizzarri impressi
su stropicciati fogli di carta. Per mesi, chiese informazioni agli amici
e mai si stancò di accendere una speranza nel cuore; mai si stancò di
veder ricadere la mano sulla carta dopo averla sporcata d’inchiostro.
Piano piano, però, sentiva crescere dentro di sé quel segreto che fra
le dita si stringe e che impregna la carta di passioni pulsanti. I
segni, dapprima deboli e incerti, divennero progressivamente di forma
costante. Divennero più dritti e sicuri e la loro immagine seppe dire
finalmente qualcosa! Aveva
imparato a scrivere! Aveva finalmente imparato! La
scrittura fu per lui come un corpo di donna; anche per lui la scrittura
sciolse quel giorno le sue trecce divine. Il giovane amante l’accolse
e, con lietezza nel cuore, ne fece dono al suo amore! Trascorse
ancora del tempo. Un giorno, finalmente, non ci fu più bisogno di
scriverle lettere accese. Si rividero e, rivedendosi, rividero il cielo! Furono
sempre insieme nelle stanze e nei campi: quando sbocciano i fiori e
quando la terra si gela, quando i giorni sono lunghissimi e quando ad essere lunghe sono soltanto le sere. Le
stagioni si avvicendavano e sempre recavano nuovi suoni e colori che
ricordavano quelli degli anni passati. Ma, per loro, più ricchi e più
puri erano quei suoni e colori e sempre più intensa la loro passione!
Vissero
insieme ancora tanti anni e insieme divennero vecchi! Il loro corpo
apparve un giorno debole e stanco mentre intorno a loro erano ormai
cresciuti linguaggi diversi. Si
era consumato ancora altro tempo quando il corpo di lei si stancò ma
non era ancora stanco il suo cuore. Lo lasciò. Dovette lasciarlo.
Questa volta fu lei a partire e lui rimase da solo a coltivare il suo
campo. E da solo restò ancora a lungo. Una
sera, la solitudine lo prese più forte alla gola. Si ricordò di quando
era giovane e cominciò allora ad imparare un nuovo alfabeto. Per mesi,
all’insaputa di tutti, quel vecchio si strinse nel silenzio più
profondo e assoluto. Le notti divennero impregnate di sogni e i giorni
di tentativi mancati. Ieri
sera, quando è morto, l’hanno trovato vestito come un giovane sposo.
Sulle labbra gli hanno visto quel sorriso che hanno soltanto gli amanti. Tutti,
tutti – non so dire perché – hanno pensato che finalmente
l’avesse raggiunta di nuovo! Aveva imparato per lei - ancora una
volta, l’ultima volta - un nuovo alfabeto!”. Detto
questo tacesti e il tuo silenzio entrò fin dentro agli alberi e ai
campi che ci erano intorno. L’ape
si raccolse tranquilla e dolcemente fermò le sue ali sulla corolla di
un giovane fiore. Petali di rosa torna suEra
una bella giornata di primavera. Il treno scorreva pigro in una campagna
assolata e il rumore delle rotaie sembrava non turbare lo scenario quasi
immoto del paesaggio. Dormiva.
Si svegliò soltanto quando i freni del treno e l’altoparlante della
stazione annunciarono l’arrivo nel paese. Andò
dritto a casa sua. Mentre andava, non vide nessun volto familiare.
Incontrò soprattutto macchine e motorini che ronzavano sotto i balconi
di quelle basse casette. Era
stanco per il viaggio ma non riuscì a rilassarsi mentre faceva il
bagno. Si vestì e scese al bar. Voleva rivedere il locale della sua
giovinezza. Voleva rivivere quelle serate di fumo e di birra, di risa e
di giochi. Trovò
molte cose cambiate. Per esempio la gestione del Bar non era più la
stessa. Non c’era più quell’omino zoppicante e con la bocca un
po’ deforme che tante volte, anni prima, gli aveva versato la birra. I
vecchi giochi erano stati quasi tutti sostituiti da scatoloni enormi di
videogames. Tutto era diventato più essenziale ed organizzato… Cercò
con lo sguardo qualcuno di quegli uomini che, quando era giovane,
trascorrevano le serate a giocare a carte e a urlare nel loro stretto
dialetto. Non ne trovò alcuno. Soltanto dei ragazzi con la testa
semirasata inveivano contro un videogames mentre questo urlava come una
sirena di cui si è perso il controllo. Si
sedette nella saletta interna. Ordinò qualcosa e si accinse ad
aspettare che il giovane cameriere gli portasse l’ordinazione. C’era un televisore acceso nella saletta. Un televisore che nessuno guardava. I televisori sono ostinati ed ottimisti: pensano sempre che, prima o poi, qualcuno verrà ad ammirarli e così quel televisore non smetteva di rovesciare all’esterno notizie di ogni genere. Quella sera però c’era un tema più importante del solito: si parlava di una certa guerra. Si annunciava che era scoppiata una guerra. Si affermava con convinzione che nessuno poteva dubitare dello stato di guerra anche se questa volta non c’erano nemici visibili. “Ma sì ”, pensò lui, “se c’è uno stato di guerra i nemici non mancheranno. Prima o poi verranno fuori”. Mentre
svolgeva tali riflessioni, vide due persone di mezz’età che non
conosceva scambiarsi uno sguardo furtivo. Poi, nel locale entrarono
delle degli uomini. Ne riconobbe subito un paio. Li aveva lasciati
ragazzi, ecco che li ritrovava fin troppo adulti. Avevano perso molti
capelli e il loro ventre s’era gonfiato a dismisura. Il viso sembrava
schiacciato sotto una maschera. Una maschera che con una sola
espressione comprimeva e deformava tutte le altre. Sembravano malati. Di
una malattia inguaribile! Fece finta di non riconoscerli. Ebbe voglia di
uscire dal locale. Nella
strada, ad un tratto, vide una ragazza che aveva frequentato quand’era
adolescente. Grandi occhi castani e denti irregolari. Un enorme mucchio
di capelli le adornava la testa portata dritta sul lungo collo sottile.
Lei aveva addosso quel maglione robusto. Anche i disegni esagonali
disposti sulle maniche delle braccia erano ancora al loro posto. La
raggiunse. Anche lei lo riconobbe. Si avviarono verso la piazza del
paese. Non c’era posto al mondo che gli fosse più familiare di quella
piazza. Ci aveva trascorso le sere e le notti in quella piazza: lì
aveva imparato a fumare. Per quella piazza, per la prima volta, aveva
lasciato la famiglia. Aveva
in mano un mucchietto di petali di rosa. Mentre passeggiavano, ne fece
volare alcuni sulla testa della sua amica che accolse il gesto con
gioia. Chiese alla ragazza se intanto si fosse fidanzata. Lei annuì e
gli mostrò l’anello. Ma era un anello un po’ strano. Anzi, non era
affatto un anello: alzò il braccio e gli indicò un pezzo di petalo
luccicante infilato nella carne dell’avambraccio. Soltanto le due
estremità dell’oggetto erano visibili. Arrivarono davanti alla Chiesa. Lei fu chiamata da un’amica e si distanziò da lui. Accese una sigaretta e rimase fermo. L’aspettava. Lei tornò sorridendo e lui le fece volare sulla testa ancora una volta i petali di rosa che aveva nelle mani. Quelli però si erano raggrumati a causa del sudore ed erano diventati pietre. Erano diventati duri come piccoli sassi e lei fu sconvolta da quel lancio. Il suo volto si contrasse in una esclamazione di dolore. Sentì venire da lei alcune parole di rabbia. Lo stava insultando. Così non si sorprese quando s’accorse che lei non avrebbe continuato la passeggiata con lui. Riprese da solo. Si gettò nella strada buia che lo avrebbe portato via dalla piazza e fu investito dai fari e dal clacson di una macchina che gli lasciò un piccolo senso di stordimento. Si riprese subito. Tornò a casa sua e si distese sul letto. Accese lo stereo e inserì un disco. Il Requiem di Mozart cominciò ad effondersi nella stanza. Spense la luce e rimase soltanto con piccola lampadina del comodino accesa. Chiuse gli occhi e pensò che fuori faceva ancora freddo. Soprattutto in quel paese nelle notti di primavera è ancora freddo. Sentì da lontano il fischio di un treno. Chissà da dove veniva quel treno, chissà dove andava… Pensò che non avrebbe avuto voglia di essere su quel treno. Pensò che nemmeno aveva voglia di rimanere in paese. Il fischio e il rumore delle rotaie si perse nella notte e si confuse con le note del Requiem che gli salivano nel cuore e gli inumidivano gli occhi. Sentiva il bisogno di un contatto amorevole. Si addormentò come per affidarsi a qualcuno… Nato a Benevento nel 1962, laureato in Scienze Politiche, autore di due libri di filosofia (Un'etica del Nulla, Liguori 2001 e Verità e Comunità in Maurice Merleau-Ponty, La città del sole, Napoli 1988), lavora come ricercatore all'Università.
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